BENEDETTO XVI: le ragioni della Messa in latino
 
Il linguista Gian Luigi Beccarla ha ricordato una volta un significativo episodio: «la vecchietta cui chiesi un giorno “ma perché prega in latino, in una lingua che non capisce?” rispose “l’importante è che capisca Lui!” e indicò con un dito il Cielo». Questa espressione di buon senso popolare può aiutarci a comprendere il significato del motu proprio di Benedetto XVI, che “liberalizza” la celebrazione della Messa secondo il rito Romano antico, peraltro mai abrogato.
La cosa più importante nel culto divino non è quella di capire ogni parola o concetto, ma di trovarsi in un atteggiamento di reverenza e di timore di fronte a Dio. Senza dubbio la lingua e il rito servono anche per una comunicazione intelligibile tra esseri umani, ma il contatto con Dio ha la priorità. Non sorprende dunque che il linguaggio e i gesti liturgici differiscano da quelli quotidiani.
Il problema sul tappeto riguarda la lingua, ma soprattutto il rito. Il latino, infatti, è ancora oggi lingua ufficiale della Chiesa. Basti ricordare come nell’aprile 2005, milioni di persone seguirono in televisione le esequie, celebrate in latino, di Papa Giovanni Paolo II e, due settimane dopo, la Messa d’insediamento di Papa Benedetto XVI, anch’essa celebrata in latino. Ogni mattina la Radio Vaticana trasmette la Messa in latino, e il latino è la lingua con la quale vengono pubblicati i documenti ufficiali della Santa Sede.
Perché l’uso della lingua latina è ancora così importante nella vita della Chiesa? La prima ragione nasce da quella che è una proprietà irrinunciabile della Chiesa stessa: l’universalità. La predicazione cattolica della Chiesa è avvenuta in molte lingue, ma tra tutte quella latina si è presto imposta, non solo per il carattere di universalità che le derivava dall’essere la lingua dell’Impero di Roma, ma anche grazie alla sua capacità di racchiudere in forma concisa ed efficace concetti di grande densità teologica, giuridica e culturale. La lingua latina, ha osservato Romano Amerio, è connaturale alla religione cattolica. Una connaturalità non metafisica, come se il cattolicesimo non potesse esistere senza il latino, ma storica, dovuta a un rapporto intimo e particolare tra la lingua latina e la religione cattolica.
Il fatto che il latino non sia più una lingua correntemente parlata non significa che sia una lingua morta. Una lingua non più parlata non è necessariamente morta e addirittura può risorgere, come è accaduto in maniera sorprendente, nel ventesimo secolo, con l’ebraico “risuscitato” nel secolo XX dal filologo Ben Jehudah e dal fondatore del movimento sionista Teodor Herzl, che ne associarono la rinascita a quella dell’identità nazionale. Lingua morta non è neanche l’arabo classico che si usa comunemente ancor oggi nella letteratura e in tutte le circostanze formali, ma che non è lingua materna di nessuno: gli abitanti dei Paesi arabi infatti, nella vita quotidiana, parlano e trasmettono ai propri figli, soltanto il dialetto della regione in cui vivono.
Una lingua morta non è una lingua non più parlata, ma una lingua scomparsa dalla cultura e dalla memoria di un popolo. Morte sono le lingue che oltre a non essere più parlate da alcun locutore, non hanno lasciato tracce nella cultura di un popolo.
Bisognerebbe rileggere, a questo proposito, l’introduzione di Luigi Einaudi al libro, oggi introvabile, di Pietro Barbieri, L’ora presente alla luce del Vangelo (Cosmopolita, Roma 1945) in cui l’allora Governatore della Banca d’Italia osserva giustamente: «No. Quella lingua, nella quale parlavano i pretori, i giudici ed i centurioni del tempo di Cristo non è morta (…). La comunità dei credenti non è composta dei soli uomini viventi oggi. Essa vive nelle generazioni che si sono succedute da Cristo in poi. Ognuna di quelle generazioni ha trasmesso quella parola alle generazioni successive; ed ogni generazione ha sentito quella parola e vi ha creduto perché essa era stata sentita e in essa avevano creduto o suoi avi».
Einaudi introduce un concetto importante. A ciò che nello spazio è l’universalità, corrisponde nel tempo la Tradizione, che ha un primo senso forte di continuità dottrinale nel Magistero ma che ha anche un significato di continuità linguistica e culturale. La lingua latina, per la stabilità lessicale e grammaticale che le è propria e che la rende immune dalle variazioni introdotte nell’uso quotidiano del popolo, riesce, meglio di ogni altra lingua, a formulare e a conservare, attraverso le generazioni, l’integrità e l’immutabilità della dottrina Cattolica.
La Messa tradizionale “liberalizzzata” da Benedetto XVI si distingue però dalla Messa moderna oltre che per la lingua, soprattutto per il rito. Fu Paolo VI infatti che nel 1969, con la Costituzione Missale romanum sostitui, senza abrogarlo, il Rito romano antico con un nuovo complesso di norme e di preghiere definito Novus Ordo Missae.
Di fatto, la prassi liturgica rivelò che ci si trovava davanti ad un nuovo rito proteiforme. Nel corso della Riforma vennero introdotte progressivamente tutta una serie di novità e di varianti, molte delle quali non previste né dal Concilio Vaticano II né dalla stessa Costituzione di Papa Montini.
Il quid novum non consisté solo nella sostituzione della lingua di culto latina con le lingue volgari ma nell’altare ridotto a “mensa”, per sottolineare l’aspetto di banchetto in luogo del sacrificio; nella celebratio versus populum, sostituita a quella versus Deum, con l’abbandono conseguente della celebrazione verso Oriente, ovvero verso Cristo simboleggiato dal sole nascente; nella mancanza di silenzio e di raccoglimento durante la cerimonia e nella teatralità della celebrazione spesso accompagnata da canti dissacranti, con il sacerdote ridotto a “presidente dell’assemblea”; nell’ipertrofia della liturgia della parola rispetto alla liturgia eucaristica; nel “segno” della pace che sostituisce le genuflessioni del sacerdote e dei fedeli, quale simbolo del passaggio dalla dimensione verticale a quella orizzontale dell’azione liturgica; nella comunione ricevuta dai fedeli in piedi e poi anche in mano; nell’accesso delle donne all’altare; nella concelebrazione come tendenza alla “collettivizzazione” del rito; soprattutto nella modifica e nella sostituzione delle preghiere dell’Offertorio e del Canone. L’eliminazione delle parole Mysterium Fidei dalla forma eucaristica, può essere considerato, come ha osservato il cardinale Stickler, come il simbolo della secolarizzazione e con ciò dell’umanizzazione del nucleo centrale della Santa Messa.
Il filo conduttore di queste innovazioni può essere espresso nella tesi secondo cui, se vogliamo rendere la fede di Cristo accessibile all’uomo di oggi, dobbiamo vivere e presentare questa fede all’interno del pensiero e della mentalità odierna. La liturgia tradizionale, per la sua incapacità di adattarsi alla mentalità contemporanea, allontanerebbe l’uomo da Dio, rendendosi dunque colpevole della perdita di Dio della nostra società. La Riforma montiniana si proponeva di adattare il Rito, senza intaccare l’essenza del Sacramento, per rendere possibile alla comunità cristiana quella “partecipazione” che non poteva essere colta attraverso i moduli della liturgia tradizionale.
I risultati sono stati pero contrari alle speranze. La nuova liturgia ha allontanato molti dalla fede, mentre, come ha spiegato il cardinale Dario Castrillon Hoyos presentando il motu proprio di Benedetto XVI , «oggi assistiamo a un nuovo e rinnovato interesse verso la liturgia tradizionale, mai abolita, che, da molti, è considerata un tesoro». Va ricordato che la liturgia è una preghiera non individuale, ma sociale la cui dimensione è sempre verticale: non lega gli uomini tra loro o alla figura del sacerdote, ma unisce l’assemblea dei fedeli a Dio. L’importante, per parafrasare le parole della vecchietta incontrata da Gianluigi Beccaria, non è che questa preghiera sia gradita agli uomini, ma che sia gradita a Lui.