La testimonianza dei convertiti

Interesse della testimonianza dei convertiti. - Noi crediamo volentieri ai testimoni che si lasciano uccidere; e per questo in apologetica meritano un posto particolare i martiri che, in punto di morte, confessano la loro fède in Gesù Cristo. Ma perché non dovremmo rivolgerci anche ad altri testimoni, verso coloro che, magnifico esempio d’apologetica vivente, dopo lunghe riflessioni sono entrati o rientrati nella Chiesa cattolica, ritenendo questa come l’unica capace di saziare la loro fame spirituale, di calmare la loro inquietudine religiosa, di dare loro la certezza?

Lo studio di questi itinerari verso Roma, grazie a Dio cosi numerosi e diversi, è quanto ci possa essere di più attraente e confortante. Forse proprio la loro diversità li rende interessanti, e si direbbe che la Provvidenza abbia voluto dimostrare che le vie conducenti alla Chiesa partono dai punti più diversi, onde si comprenda die, da qualunque parte si arrivi, nel cammino della verità non s’incontreranno mai ostacoli insormontabili.

“Ci sono mille e mille strade, scrive Ugo Benson, convertito di cui parleremo, che conducono alla Città. Uno sarà guidato dal suono dell’organo, l’altro dal profumo dell’incenso; uno se ne andrà tenendo una Bibbia in mano; questi è uno storico, quegli un mistico, il terzo un filantropo; questi è il peccatore che implora il perdono; quell’altro un uomo semplice che vuoi essere illuminato; quello infine è un santo che reclama l’unione con Dio: uno è condotto dalla mano di sua madre, l’altro si strappa agli amici per seguire Cristo. Cosi se ne vanno, questi mille e mille, seguendo ciascuno la propria strada, ciascuno mosso da una potenza che gli resta misteriosa, ma tutti finiscono con l’incontrarsi davanti alla stessa porta, quella porta di cui si parla nell’Apocalisse, che tutti devono varcare e che è fatta d’una sola perla...”. Citato da A. De La Gorce, R. H. Benson, prètte et romancìer, Plon, Paris 1928.

La conversione e il fatto della Chiesa. - D’altronde perché stupirci di questa magnifica molteplicità? Il Concilio Vaticano ha parole che aprono l’orizzonte sulle ricchezze delle ragioni di credere e sulla varietà delle strade del ritorno. Dopo aver detto come Dio, per rendere il nostro assenso di fede conforme alla ragione, da a questa, oltre gli aiuti interiori dello Spirito Santo, prove esteriori della rivelazione, cioè argomenti che consistono nei fatti divini, e prima di tutto nei miracoli e nelle profezie..., il Concilio accenna ai numerosi e mirabili segni, disposti da Dio nella Chiesa, per guidarci a constatare fino all’evidenza la credibilità della fede cristiana. I Padri del Concilio rilevano e precisano alcuni di questi segni o motivi, desumendoli dalla storia, dalla natura e dalle qualità della Chiesa, che da sola è una testimonianza irrefragabile della sua divina missione. (Denz. 1793-1794).

Vi sono certamente conversioni subitanee e violente, in cui sembra intervenire direttamente e quasi instantaneamente la mano di Dio. Basta accennare la conversione di San Paolo sulla via di Damasco oppure, poiché la conversione non significa soltanto il passaggio dal non credere alla fede, la notte cruciale di Biagio Pascal il lunedì 23 novembre 1654.

Più vicino a noi, il 20 gennaio 1842, non abbiamo forse la folgorante conversione d’Alfonso Ratisbonne nella chiesa di Sant’Andrea delle Fratte a Roma, dove l’israelita accompagna un amico per una commissione in sacrestia, e da questi, al ritorno, è trovato in lacrime e sconvolto per la visione avuta poco prima della Vergine Immacolata? E ancora più recentemente, il giorno di Natale 1886 a Notre-Dame di Parigi, “vicino al secondo pilastro dell’ingresso del coro, dal lato destro della sacrestia”, Paolo Claudel in un istante ha il cuore tocco e crede; e Max Jacob, un altro israelita, il 7 ottobre 1909, nella sua camera di via Ravignan, è condotto subitamente alla fede cattolica di Cristo, che gli appare a coperto d’una veste di seta gialla con paramenti bleu”.

Questi però sono casi eccezionali. I convertiti del nostro tempo d’ordinario sono stati attratti a Dio dalla considerazione della Chiesa cattolica, della sua storia, unità, bellezza, fecondità passata o presente, dal suo riflesso nella persona dei suoi santi o dei suoi membri.

Alcuni esempi di conversioni. - Come vedremo dal rapido studio di alcuni casi particolari, emergerà appunto la parte preponderante avuta nelle conversioni dal fatto della Chiesa, sia che un cuore inquieto, venendo da un’altra religione, trovi finalmente nel cattolicesimo il riposo che invano cercava altrove, sia che l’esempio d’un santo, la lettura d’un’opera, la familiarità con un cristiano sveglino il desiderio di conoscere meglio questa Chiesa intravista, sia ancora che un’anima presa da un certo ideale filosofia), artistico, umanitario, veda nella Chiesa romana il pieno appagamento delle sue aspirazioni. Sembra che qui potremo avere le più belle lezioni d’apologetica e le più belle testimonianze in favore della fede cattolica. E poiché tali convertiti sono legione, ci accontenteremo d’alcuni nomi, di cui cercheremo di fissare l’itinerario, di rilevare le ragioni che li hanno spinti alla conversione, di precisare che cosa cercarono nella Chiesa e che cosa ebbero la fortuna di trovare in essa.

PARTE PRIMA

Deficienze degli ambienti religiosi in cui vivevano i futuri convertiti

Capitolo I. - Carenza del protestantesimo: Von Ruville

Le conversioni dei protestanti. - Forse è difficile trovare molti esempi di conversioni di luterani o di calvinisti alla Chiesa romana, non perché siano scarsi (sono anzi numerosi), ma perché la maggior parte di questi convertiti aveva abbandonato da lungo tempo qualsiasi pratica e perfino ogni fede, tanto che si tratta d’un reale passaggio dall’ateismo o dal razionalismo al cattolicesimo, come, per citarne uno tra molti, lo Stoddard che descrisse il suo itinerario spirituale nel volume: Ricostruendo una fede perduta, Milano 1928.

Ci sono tuttavia persone sinceramente credenti, che hanno sentito le deficienze del protestantesimo e lo abbandonarono per la vera fede, come il dottor Alberto von Ruville, professore dell’Università di Halle, storico apprezzato e autore d’un’importante opera su La Baviera e il ristabilimento dell’impero tedesco e di studi su Guglielmo Pitt. Le ragioni che condussero al cattolicesimo (1909) questo luterano a positivo, risoluto e rigido n, meritanti la nostra attenzione, perché illuminano in modo mirabile un difetto capitale del protestantesimo. Il Ruville narrò la sua conversione in un libro tradotto anche in italiano: II mio ritomo, Fiorentina, Firenze 1911.

Von Ruville e la natura della fede. - Pieno d’ammirazione verso la persona di Cristo (che conobbe dalla celebre opera di Harnack, L’essenza del cristianesimo) e in possesso, come dice egli stesso, della fede nel simbolo, Alberto von Ruville non si sentiva più completamente a suo agio, a Quello che mi causava fastidio, egli dice, era di dover riflettere tanto per avere una fede solida. La mia restava, in sostanza, una fede di riflessione”.

Il protestantesimo gli sembrava una religione puramente intellettuale, in cui predomina la riflessione: forse alcuni possono inorgoglirsi e compiacersi d’una fede che a loro pare avere un’essenza superiore e un po’ raffinata. Con lealtà e carità egualmente grandi, von Ruville si dichiarava insoddisfatto di questa costatazione, poiché il suo pensiero correva subito alla massa, alla povera gente, ai popoli ancor selvaggi e incapaci d’una profonda riflessione, “Questa massa incolta, questi popoli incivili dovranno rimaner privi della vera convinzione religiosa, delle benedizioni divine, fintanto che l’istruzione non li abbia resi capaci di comprenderne completamente il significato e l’intima natura? Sarebbe evidentemente un inconveniente gravissimo”.

La vera fede non può e non dev’essere l’appannaggio di pochi. Eguale possibilità dev’essere a data a tutti gli uomini per acquistare e conservare la fede vera, solida e conforme al simbolo apostolico”. In questo il protestantesimo appare singolarmente deficiente, e von Ruville cerca invano di liberarsi da tali preoccupazioni che lo assediano. Quanto al cattolicismo non si poteva affatto parlarne, poiché egli era troppo imbevuto di luteranesimo per accettare l’infallibilità pontificia, la transustanziazione, il celibato dei preti, senza parlare, naturalmente, delle indulgenze (che conosceva solo da informazioni tendenziose) e del culto alla Santissima Vergine, che in buona fede credeva idolatrico.

Migliore conoscenza del cattolicesimo. - Ma i pregiudizi cadranno dopo l’altro. Von Ruville come storico si mette a studiare prima il papato! Di fronte alla confusione dottrinale imperante nella Chiesa protestante, confusione che cancellava ogni confine tra protestantesimo e paganesimo” arriva a comprendere la necessità d’un punto d’appoggio che “se pure esiste, può essere solo il papato” e a riconoscere, senza possibilità dì dubbio, gli speciali poteri che Cristo affidò a Pietro. Poi lesse casualmente un’opera di teologia cattolica del professore austriaco Reinhold, e s’accorse che, fin dalla sua giovinezza, era stato u istruito in modo assolutamente falso sulla Chiesa cattolica. Il quadro, egli dice, che ora mi veniva presentato, era assolutamente diverso e, sotto certi aspetti, proprio il contrario di ciò che m’ero immaginato.

Tutto era cosi sapiente, cosi profondamente pensato, cosi logico! Caratteri questi che non avevo mai trovato in tal grado nelle dottrine protestanti propriamente dette, le quali, al confronto, mi apparivano un pasticcio malaccorto,- in cui i lineamenti migliori erano stati sacrificati. Riconobbi che i maestri, i pastori e i teologi, ai quali ero debitore della mia scienza, non avevano capito nulla del cattolicesimo, e tuttavia non esitavano a giudicarlo cattedraticamente e perfino a colpirlo di frequenti sarcasmi”.

La conversione. - Infine “il colpo diretto, presto o tardi inevitabile”, gli fu dato dalla lettura della Simbolica di M6hler, che lo illuminò completamente sulla transustanziazione, che gli restava oscura. “Allora conobbi il miracolo misterioso della santa Eucaristia, e credetti”. Non c’erano più ostacoli, e il 6 marzo 1909 entrò nella Chiesa cattolica.

La libertà nel protestantesimo... - Trovò la libertà: “Eccomi finalmente libero, gridai”. Potrà sembrare strano, data la troppo frequente abitudine di opporre l’intransigenza dottrinale e morale del cattolicesimo al libero esame e al libero culto dei protestanti; ma von Ruville, in pagine interessantissime, denuncia l’equivoco. “Verso i loro obblighi religiosi i protestanti hanno la massima libertà, ma in senso negativo. Non hanno bisogno d’andare in chiesa, di partecipare alla Cena, di fare preghiere; in sostanza non hanno nessun dovere religioso da compiere, se non se lo impongono da se stessi, o se non interviene la legge civile... Invece dal lato positivo la libertà è notevolmente ristretta. Il protestante non può andare liberamente ogni giorno in chiesa o quando gli piace, perché essa, fuori del tempo stabilito, è chiusa... È già molto se gli permettono di partecipare alla Cena come egli desidera, e per questo gli sono fissate scadenze misurate con avarizia...

Si considera sconveniente che uno in Chiesa si occupi d’altri esercizi di devozione, che faccia preghiere che non siano quelle della comunità, che s’inginocchi davanti alle immagini o all’altare. Il protestante non deve venerare le reliquie, nemmeno quelle autentiche, per quanto siano pii i pensieri che gli possono suggerire; non deve mai implorare l’intercessione di persone sante, fossero pure gli apostoli o la Santissima Vergine; non deve fare voti, o fondare ordini basati sui voti... È prima di tutto obbligato ad astenersi da quanto viene considerato cattolico; ed ecco spiegato perché il vero credente, il cristiano entusiasta delle cose divine, che vorrebbe accostarsi al suo Salvatore e Maestro il più possibile, si sente chiuso in una camicia di forza e aborrisce questa perpetua tutela. A che gli serve dunque la libertà inferiore, la libertà dell’indifferenza, dell’inazione?... Egli vuole agire, servire Dio, fare penitenza, offrire sacrifici, proprio secondo l’uso comune; ma questo nella Chiesa protestante gli è proibito...”.

...e nel cattolicesimo. - Invece, aggiunge von Ruville, “nella Chiesa cattolica avviene tutto il contrario. Sono state fissate regole per la frequenza alla chiesa, la recezione dei sacramenti, il modo di pregare e per molti altri esercizi devoti. Se non vuole peccare, il cattolico deve osservare tali prescrizioni e quindiè soggetto a restrizioni dal lato negativo. Perciò dal lato positivo io godo d’una libertà quasi illimitata, per quanto essa non viene sminuita da circostanze locali sfavorevoli.

Nessuno penserà, nemmeno lontanamente, di criticare gli esercizi di pietà che il cattolico compie in chiesa; la casa di Dio gli è sempre aperta, tutti i giorni può assistere al santo sacrificio della Messa... La comunione quotidiana non è affatto considerata un’esagerazione, anzi è desiderata e consigliata; ...il cattolico può venerare le reliquie e cosi fortificare la sua pietà; può e deve rivolgersi a un santo o alla Madre di Dio, per implorare la loro intercessione...

La Chiesa sanziona con gioia nuove forme liturgiche, purché concordino con le sue dottrine e spirino la vera fede... Ovunque la Chiesa lascia germogliare, verdeggiare, fiorire le piante, anche se talvolta hanno una fisionomia un po’ insolita e non giunge subito brandendo le forbici potatoie. Che magnifica fioritura d’ordini religiosi, con innegabili e potenti effetti sulla Chiesa e sui popoli, nei tempi antichi e moderni! La Chiesa li ha lasciati sviluppare nella massima libertà...”.

Cosi, conclude von Ruville, “la libertà, nel vero senso della parola, non è un bene riservato ai protestanti, ma un bene che la Chiesa cattolica possiede molto più largamente”.

Proprio dunque per aver trovato nel protestantesimo (assieme al molto di bello e di buono, che egli realmente riconosce) “gravi difetti”, il dottor von Ruville, desideroso di apportarvi un rimedio, giudicò possibile un solo mezzo, k quello che s’esprime in quest’esortazione: ritorno alla Chiesa”.

Alcune altre testimonianze. - Abbiamo udita la testimonianza di von Ruville sulla carenza del protestantesimo, ma la sua è una voce tra mille. Citiamo qualche altro nome celebre, limitandoci al secolo ventesimo.

Kund Krog-Tonning, pastore luterano professore all’Università di Christiania, entrato nella Chiesa cattolica il 1900 e chiamato il Newman della Norvegia”; Sigrid Undset, norvegese, romanziera di fama mondiale e premio Nobel per la letteratura. Erik Peterson, che attualmente insegna a Roma, discepolo di Harnack, collega di Karl Barth a Bonn. Egli è passato al cattolicesimo dopo una lunga ricerca e personale elaborazione della teologia, convinto che “senza autorità dommatica non vi possa essere Chiesa alcuna; anzi, ciò che è ancor più grave, non potrà aver luogo alcuna efficacia della Chiesa”.

P. Marchant, giurista e ministro della pubblica istruzione d’Olanda, entrato nella Chiesa il 21 dicembre 1984. Dalla narrazione del suo itinerario spirituale emerge che egli è pervenuto al cattolicesimo per la via del ragionamento puro: e credo perché rifletto”. Ragionando trovò, anche lui, che Cristo non aveva scritto un libro, ma fondato una Chiesa, depositaria della buona novella; e la buona novella si trovava intatta nel deposito della Chiesa di Roma.

A petto di essa stavano le confessioni protestanti con le loro dottrine mutevoli in sé e contraddittorie tra di loro, tali da non poter soddisfare uno spirito bramoso di una verità definita ed eterna, quale non può non essere quella di Cristo. L’imprecisione e la incomprensione diventano pericolose” in teologia; e nei teologi protestanti egli rilevava un procedere a tentoni, tra mutamenti e oscurità.

Di deduzione in deduzione, anche il Marchant è arrivato al punto da cui poi la Grazia l’ha preso a volo e portato nella pace della Verità.

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