• Home
  • I gradi di amore per la sofferenza

I gradi di amore per la sofferenza

Dalla “Teologia della perfezione cristiana” di Antonio Royo Marin

Esponiamo ora, in ordine ascendente, i principali gradi di amore per la sofferenza:
1) Non omettere nessuno dei nostri doveri perché ci causa dolore
È il primo grado indispensabile per la conservazione dello stato di grazia. Colui che omette un dovere grave (per esempio, l’assistenza alla Messa in un giorno festivo, il digiuno o l’astinenza nei giorni indicati dalla Chiesa, ecc.) per la molestia che il suo adempimento gli causerebbe, commettere un peccato mortale e perde lo stato di grazia.
Ma anche quando si tratta di doveri lievi è necessario adempierli nonostante le difficoltà che possono presentare. Sono numerosissime le anime illuse che trascurano i doveri del proprio stato e poi chiedono ai loro direttori l’autorizzazione di praticare penitenze e mortificazioni di propria scelta. Costoro non giungeranno mai alla perfezione: sono fuori via. Non possono parlare di santità finché siamo in grado di praticare a perfezione i doveri del nostro stato.
2) Accettare con rassegnazione le croci che Dio permette o ci manda
Il compimento fedele dei nostri doveri, nonostante le difficoltà che esso comporta, rappresenta già un notevole progresso nella pratica nell’amore alla croce. Tuttavia è molto più perfetta la piena accettazione di quanto Dio ci manda direttamente o permette che venga su di noi: malattie, persecuzioni, freddo, caldo, pubbliche umiliazioni, lavori faticosi e inattesi, ecc. Tutte queste piccole contrarietà, che costituiscono la trama della nostra vita, hanno un alto valore santificativo, se vi sappiamo scoprire la mano provvidenziale di Dio che se ne serve come altrettanti strumenti per la nostra santificazione. A tal fine, Dio si vale spesso anche delle persone che ci circondano, le quali, sia che agiscano con retta intenzione e buona fede, sia che si lascino guidare da sentimenti meno nobili, ci rendono, con le loro molestie, un incalcolabile servizio per il nostro progresso nella perfezione. S. Giovanni della Croce fa notare al religioso al quale dirige le sue famose Cautele:
«La prima cautela è che ti persuada di non essere venuto in convento se non per essere esercitato e raffinato da tutti nella virtù. Quindi, a fine di liberarti dalle imperfezioni e dai turbamenti che ti si possono offrire intorno all’indole e al tratto dei religiosi, e per cavar profitto da ogni avvenimento, pensa che quanti stanno in convento abbiano l’ufficio, come in verità lo hanno, di metterti alla prova, lavorandoti gli uni con la parola, gli altri con l’opera, altri infine col pensiero; e che in questo devi essere soggetto a tutti, come l’immagine lo è a chi la lavora o dipinge o indora. Se ciò non osservi, non saprai vincere la tua sensualità e i tuoi sentimenti, non ti diporterai bene con i religiosi del tuo convento, né otterrai la santa pace, né andrai libero da molti mali e da passi falsi».
3) Praticare la mortificazione volontaria
La rassegnata accettazione delle croci che Dio ci manda suppone una certa passività da parte dell’anima. È molto più perfetto prendere l’iniziativa e, nonostante la ripugnanza che può provare la natura, andare incontro al dolore praticando volontariamente la mortificazione in tutte le sue forme. Non si può assegnare una forma che valga per tutti. Il grado e l’intensità della mortificazione volontaria saranno dati dallo stato dell’anima che va perfezionandosi. Più essa corrisponderà alle ispirazioni divine, più lo Spirito Santo si mostrerà esigente dandole, in pari tempo, le forze sufficienti per assecondarlo nelle sue richieste. Tocca al direttore spirituale vigilare sui progressi dell’anima: da una parte deve stare attento a non imporle sacrifici superiori alle sue forze, dall’altra deve guardarsi dal frenare i suoi slanci di immolazione obbligandola a segnare il passo. In questo caso, grave sarebbe la sua responsabilità davanti a Dio e non ne rimarrebbe senza castigo, come avverte S. Giovanni della Croce. Il cilicio, la disciplina, le catenelle, i digiuni e le astinenze, la privazione di sonno e altre austerità del genere sono state praticate da tutti i santi; e, in scala maggiore o minore, secondo le proprie forze e le proprie condizioni, devono praticarle tutte le anime che aspirano seriamente alla santità.
4) Preferire il dolore al piacere
Ancora più perfetto della mortificazione volontaria è l’appassionarsi per il dolore, il desiderarlo e amarlo preferendolo al piacere. Per quanto la cosa possa sembrare contraria alla natura, i santi sono giunti al punto di sentire un istintivo orrore per tutto quello che tendeva a soddisfare i loro gusti e le loro comodità. Si sentivano a loro agio quando si vedevano totalmente immersi nel dolore. Quando tutto andava a rovescio e tutti li perseguitavano e calunniavano erano allegri e benedicevano il Signore dal profondo del cuore. Se erano lodati o applauditi incominciavano a spaventarsi, quasi che ciò fosse da Dio permesso in castigo dei loro peccati. Si rendevano appena conto dell’eroismo che la loro posizione richiedeva; avevano acquistato tanta familiarità con il dolore che sembrava loro naturale sentire lo stimolo. Ed uscivano in espressioni che sconcertano la nostra sensibilità: «O patire o morire»; «Non morire, ma patire»; «Patire, o Signore, ed essere disprezzato per te». Senza dubbio, tali altezze suppongono un’anima già avanzata nella santità, che vive abitualmente e quasi senza accorgersi nell’eroismo, ma non sono impossibili.
Lo sforzo personale, coadiuvato dalla grazia divina, può avvicinarsi sempre più a questo sublime ideale. Ecco come S. Giovanni della Croce ne traccia il cammino:
«L’anima deve essere propensa:
non al più facile, ma al più difficile;
non al più saporito, ma al più insipido;
non al più dilettevole, ma al più disgustoso;
non al riposo, ma alla fatica;
non a ciò che consola, ma a ciò che sconforta;
non al più, ma al meno;
non alle cose più nobili e preziose, ma alle più vili e spregevoli;
non a voler alcun cosa, ma a non volere nulla.
L’anima non cerchi il meglio delle cose temporali, ma il peggio; e desideri, per amore di Cristo, di essere povera, nuda e vuota di tutto ciò che esiste in questo mondo».
5) Offrirsi a Dio come vittime di espiazione
L’ultimo grado di amore alla croce consiste nell’offrire se stessi come vittime di espiazioni per i peccati del mondo. Diciamo subito che quest’atto sublime non è comune nelle vie della grazia. Sarebbe presunzione per un principiante o per un’anima imperfettamente purificata inoltrarsi per queste vie. «Definirsi vittima, è facile e lusinga l’amor proprio; ma divenir vittima richiede una purezza, un distacco dalle creature un eroico abbandono alla sofferenza, all’umiliazione, alle aridità più inattese, che io reputo pazzi o miracolati coloro che, al principio della loro vita spirituale, vogliono fare quello che il Divin Maestro ha fatto solo gradualmente».
Il fondamento dogmatico dell’offerta di se stessi come vittime di espiazione per la salvezza o per un altro motivo soprannaturale (riparare la gloria di Dio offesa, liberare le anime del Purgatorio, attirare la misericordia divina sulla Chiesa, sul Sacerdozio, sulla Patria, su una famiglia o un’anima determinata, ecc.) risiede nella solidarietà soprannaturale stabilita da Dio e che unisce tutti i membri del Corpo mistico di Cristo attuali o in potenza. Posta tale solidarietà in Cristo, Dio sceglie alcune anime sante – particolarmente quelle che gli si sono offerte, consapevoli del valore del proprio gesto – ed affida loro la missione di contribuire con i loro meriti e i loro sacrifici a rendere efficaci gli effetti della Redenzione. Un esempio tipico ce lo offre S. Caterina da Siena, il cui più ardente desiderio era quello di dare la vita per la Chiesa. «L’unica causa della mia morte – diceva – è il mio zelo per la Chiesa di Dio, che mi divora e consuma. Accetta, o Signore, il sacrificio della mia vita per il Corpo mistico della tua santa Chiesa». La sua offerta tornò anche a favore di anime particolari, come lo dimostra la salvezza del padre e la promessa ricevuta che nessun membro della sua famiglia sarebbe andato perduto. Altri esempi troviamo in tempi a noi più vicini, soprattutto nella vita di S. Teresa del Bambin Gesù, di Santa Gemma Galgani e di Suor Elisabetta della Trinità .
Queste anime costituiscono per Gesù Cristo come «una nuova sopraggiunta umanità». Nella quale egli può rinnovare tutto il suo mistero redentore. Il Signore in genere accetta questa offerta eroica che conduce le sue fortunate vittime ad uno spaventoso martirio di anima e di corpo. Solo mediante grazie straordinarie esse possono sopportare per lungo tempo le loro incredibili sofferenze, e finiscono sempre con il soccombere sulla vetta del Calvario totalmente trasformate in Cristo crocifisso. Tuttavia, pur al culmine della sofferenza , ripetono le parole che SANTA Teresina ebbe a pronunciare qualche istante prima di morire: «No, non m pento di essermi data all’Amore». Si rendono perfettamente conto dell’efficacia redentrice del loro martirio. Molte anime, che senza la loro eroica offerta si sarebbero perdute per tutta l’eternità, otterranno il perdono di Dio e la vita eterna. Questa consapevolezza non può non riempire il loro animo di contento. E in Paradiso saranno proprio le anime che hanno beneficato della loro sofferenza a formare la loro più bella corona di gloria.
In pratica, questa offerta si deve permettere soltanto alle anime che lo Spirito Santo invita con una profonda, persistente ed irresistibile attrattiva interiore. In un principiante o in un’anima imperfettamente purificata sarebbe solo ridicola presunzione. Si noti che, più che alla propria santificazione, l’offerta di se stessi è ordinata al bene degli altri. Ciò significa che l’anima che si offre per la salvezza dei fratelli deve restare intimamente unita a Cristo e deve aver fatto molto progresso sulla via della propria purificazione. Deve aver avuto una lunga esperienza del dolore e deve provare per esso una vera attrattiva. Solo a queste condizioni, il direttore potrà consentirle di compiere il passo che, ratificato dall’accettazione divina, convertirà la sua vita in una fedele riproduzione del Cristo.

Tags: Antonio Royo Marin, amore, sofferenza

Copyright © 2016 Associazione Cattolica Gesù e Maria