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I MIRACOLI DI GESÙ

1. Se osserviamo attentamente i «miracoli, prodigi e segni» con cui Dio accreditò la missione di Gesù Cristo, secondo le parole pronunciate dall’apostolo Pietro, il giorno della Pentecoste a Gerusalemme, constatiamo che Gesù, nel fare questi «miracoli-segni», ha operato nel proprio nome convinto della sua potenza divina, e nello stesso tempo dell’unione più intima con il Padre. Ci troviamo dunque ancora e sempre dinanzi al mistero del «Figlio dell’uomo-Figlio di Dio», il cui Io trascende tutti i limiti della condizione umana, pur appartenendovi per sua libera scelta, e tutte le umane possibilità di realizzazione e anche di sola conoscenza.

2. Un’occhiata su alcuni singoli avvenimenti, registrati dagli evangelisti, ci permette di renderci conto di quell’arcana presenza nel cui nome Gesù Cristo opera i suoi miracoli. Eccolo, quando rispondendo alle suppliche di un lebbroso che gli dice: «Se vuoi, puoi guarirmi!», egli, nella sua umanità, «mosso a compassione», pronuncia una parola di comando che, in un caso come quello, si addice a Dio, non a un puro uomo: «“Lo voglio, guarisci!”. Subito la lebbra scomparve ed egli guarì» (Mc 1,40-42). E similmente nel caso del paralitico, che è stato calato da un’apertura fatta nel tetto della casa: «Ti ordino, alzati, prendi il tuo lettuccio e va’ a casa tua» (cf. Mc 2,1-12). E ancora: nel caso della figlia di Giairo leggiamo che «Egli, presa la mano della bambina, le disse: “Talità kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico, alzati!”. Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare» (Mc 5,41-42). Nel caso del giovane morto di Nain: «“Giovinetto, dico a te, alzati!”. Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare» (Lc 7,14-15).

In quanti di questi episodi vediamo affiorare dalle parole di Gesù l’espressione di una volontà e di una potenza a cui egli si appella interiormente e che esprime, si direbbe, con la massima naturalezza come se appartenesse alla sua stessa condizione più arcana, il potere di dare agli uomini salute, guarigione e addirittura risurrezione e vita!

3. Un’attenzione particolare merita la risurrezione di Lazzaro, descritta dettagliatamente dal quarto evangelista. Leggiamo: «Gesù... alzò gli occhi e disse: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. E detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì» (Gv 11,41-44). Nella descrizione accurata di questo episodio viene messo in rilievo che Gesù fa risorgere l’amico Lazzaro con la propria potenza e nell’unione strettissima con il Padre. Qui trova conferma l’affermazione di Gesù: «Il Padre mio opera sempre e anch’io opero» (Gv 5,17), e ha una dimostrazione, che si può dire preventiva, ciò che Gesù dirà nel cenacolo, durante il colloquio con gli apostoli nell’ultima cena, sui suoi rapporti col Padre, e anzi sulla sua identità sostanziale con lui.

4. I Vangeli mostrano con diversi miracoli-segni come la potenza divina, che opera in Gesù Cristo, si estenda oltre il mondo umano e si manifesti come potere di dominio anche sulle forze della natura. E significativo il caso della tempesta sedata: «Nel frattempo si sollevò un grande tempesta di vento». Gli apostoli-pescatori spaventati svegliano Gesù che dormiva nella barca. Egli «destatosi, sgridò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Gli apostoli furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, al quale il vento e il mare obbediscono?”» (Mc 4,37-41).

In quest’ordine di avvenimenti rientrano anche le pesche miracolose effettuate sulla parola di Gesù («in verbo tuo»), dopo i tentativi precedenti non riusciti (cf. Lc 5,4-6; Gv 21,3-6). Lo stesso si può dire, per quanto riguarda la struttura dell’avvenimento, anche del «primo segno» compiuto a Cana di Galilea, dove Gesù ordina ai servi di riempire le giare d’acqua, e poi di portare «l’acqua diventata vino» al maestro di tavola (Gv 2,7-9). Come nelle pesche miracolose, così anche a Cana di Galilea operano gli uomini: i pescatori-apostoli in un caso, i servi delle nozze nell’altro, ma è chiaro che l’effetto straordinario dell’azione non proviene da loro, ma da colui che ha dato loro ordine di agire e che opera con la sua misteriosa potenza divina. Ciò viene confermato dalla reazione degli apostoli, e particolarmente di Pietro che, dopo la pesca miracolosa, «si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo “Signore, allontanati da me che sono un peccatore”» (Lc 5,8). E uno dei tanti casi di emozione che prende la forma di timore riverenziale o anche di spavento, sia negli apostoli come Simon Pietro, sia nella gente, quando si sentono sfiorati dall’ala del mistero divino.

5. Un giorno, dopo l’ascensione, da un simile «timore» saranno presi coloro che vedranno i «prodigi e segni» avvenuti anche «per opera degli apostoli» (cf. At 2,43). Secondo il libro degli Atti, la gente portava «gli ammalati nelle piazze, ponendoli su lettucci e giacigli, perché, quando Pietro passava, anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro» (At 5,15). Tuttavia questi «prodigi e segni», che accompagnavano gli inizi della Chiesa apostolica, venivano compiuti dagli apostoli non in nome proprio, ma nel nome di Gesù Cristo, ed erano quindi un’ulteriore conferma della sua potenza divina. Si rimane impressionati quando si legge la risposta e il comando di Pietro allo storpio, che gli chiedeva l’elemosina presso una porta del tempio gerosolimitano: «“Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina”. E presolo per la mano destra, lo sollevò. Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono» (At 3,6-9). O quello che sempre Pietro dice a un paralitico di nome Enea: «“Gesù Cristo, ti guarisce; alzati e rifatti il letto”. E subito si alzò» (At 9,34).

Anche l’altro principe degli apostoli, Paolo, quando nella lettera ai Romani (15,17-19) ricorderà quanto egli ha compiuto come «ministro di Cristo fra i pagani», si affretterà ad aggiungere che in quel ministero consiste il suo unico merito. «Non oserei infatti parlare di ciò che Cristo non avesse operato per mezzo mio per condurre i pagani all’obbedienza (della fede), con parole e opere, con la potenza di segni e di prodigi, con la potenza dello Spirito».

6. Nella Chiesa dei primi tempi e specialmente nella evangelizzazione del mondo compiuta dagli apostoli, abbondarono quei «miracoli, prodigi e segni», come Gesù stesso aveva loro promesso (cf. At 2,22). Ma si può dire che essi si sono sempre ripetuti nella storia della salvezza, specialmente nei momenti decisivi per l’attuazione del disegno di Dio. Così è stato già nell’Antico Testamento in relazione all’«esodo» di Israele dalla schiavitù d’Egitto e al cammino verso la Terra promessa, sotto il comando di Mosè. Quando con l’incarnazione del Figlio di Dio «venne la pienezza del tempo» (Gal 4,4), quei segni miracolosi dell’operare divino acquistano un nuovo valore e una nuova efficacia per l’autorità divina di Cristo e per il riferimento al suo nome - e quindi alla sua verità, alla sua promessa, al suo mandato, alla sua gloria - con cui vengono compiuti dagli apostoli e da tanti santi nella Chiesa.

Anche oggi avvengono dei miracoli e in ciascuno di essi si delinea il volto del «Figlio dell’uomo-Figlio di Dio» e vi si afferma un dono di grazia e di salvezza.

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