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IL SENSO CRISTIANO DEL DOLORE

Le prove e le sofferenze di Giobbe
Nella terra di Uz – leggiamo nella Sacra Scrittura – viveva un uomo timorato di Dio, chiamato Giobbe, che aveva ricevuto innumerevoli benedizioni dal Signore: possedeva molte greggi, bestiame e raccolti, e gli era stata concessa una numerosa discendenza. Secondo una credenza diffusa in quei tempi esisteva una relazione tra vita virtuosa e vita ricca e prospera. La situazione di benessere materiale era considerata un premio che Dio concedeva alla virtù e alla fedeltà. In un immaginario dialogo tra Dio, che si mostra contento dell’amore del suo servo, e Satana, costui insinua che la virtù di Giobbe fosse interessata, e che nella disgrazia sarebbe venuta meno. «Forse che Giobbe teme Dio per nulla? Non hai forse messo una siepe intorno a lui e alla sua casa e a tutto quanto gli appartiene? Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e il suo bestiame abbonda sulla terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha e vedrai come ti benedirà in faccia !».
Con l’autorizzazione di Dio Giobbe fu spogliato di tutti i suoi beni, ma la sua virtù mostrò di avere profonde radici: «Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore! », esclama dopo aver perso tutto. La sua adesione alla volontà divina fu assoluta, sia nell’abbondanza che nell’indigenza. La miseria di Giobbe si trasformò in un’enorme ricchezza spirituale.
Una seconda e più violenta prova non fiaccò la sua fede e fiducia in Dio. Il suo corpo fu ulcerato dalla pianta dei piedi alla testa. Perdere la salute era un male peggiore della perdita dei beni materiali. La fede di Giobbe, tuttavia, si mantenne ferma, nonostante la malattia e i rimbrotti aspri di sua moglie: «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?», rispondeva Giobbe.
Oggi abbiamo l’occasione di esaminare il nostro atteggiamento davanti al Signore quando siamo colpiti, noi o i nostri cari, dalla disgrazia e dal dolore. Dio è sempre Padre. Anche quando siamo visitati dall’afflizione e dai dispiaceri. Nell’abbondanza e nella miseria, nella salute e nella malattia ci comportiamo da figli riconoscenti?
La sofferenza dei giusti
Tre amici, appartenenti a tribù e luoghi differenti, venuti a conoscenza della situazione di Giobbe decisero di andare insieme a visitarlo per fargli compagnia e coraggio. Quando i tre, Elifaz, Bildad e Zofar, giunsero e videro Giobbe in uno stato pietoso, tutta la loro compassione scomparve, convinti che si trovavano in presenza di un uomo maledetto da Dio. Anch’essi ritenevano che la prosperità sia il premio che Dio dà alla virtù, e che le tribolazioni significhino il castigo per la malvagità. Il comportamento degli amici, il perdurare delle sofferenze, la solitudine in mezzo a tanto dolore, furono troppo per Giobbe, che ruppe il suo silenzio con un lamento amaro.
Gli amici, convinti che Giobbe abbia in qualche modo peccato, e ignorando l’esistenza del premio e del castigo dopo questa vita, si rivolgono a lui con durezza, perché non trovano altra spiegazione alle disgrazie di Giobbe. Questi, convinto della propria innocenza, non fa fatica ad ammettere piccole trasgressioni, comuni nell’uomo, e non tali da giustificare un così tremendo castigo. Ricorda anche il molto bene che aveva compiuto. E nella sua anima sorge un conflitto.
Egli sa che Dio è giusto, eppure tutto nei suoi confronti sembra parlare di ingiustizia. Anch’egli crede che il Signore tratti l’uomo secondo i suoi meriti e demeriti. Ma come conciliare la giustizia divina con la sua amara esperienza? Gli amici hanno una risposta, ma egli, in coscienza, la ritiene falsa. Le due convinzioni, apparentemente contraddittorie, la giustizia divina e la propria innocenza, procurano a Giobbe un’angustia e una lacerazione interiore più penose della malattia fisica e della rovina materiale. È il turbamento che senza la fede induce la sofferenza di un innocente: bambini che muoiono all’improvviso, o contraggono malattie che li rendono incapaci di una vita normale, persone che sono state generose e hanno servito fedelmente Dio e si ritrovano in rovina, senza lavoro, o con una malattia dolorosa, mentre a tutti quelli che sono vissuti ignorando Dio pare che la vita sorrida.
Il libro di Giobbe «pone con tutta franchezza il problema della sofferenza dell’uomo innocente: la sofferenza senza colpa. Giobbe non è stato punito, non vi erano le basi per infliggergli una pena, anche se è stato sottoposto ad una durissima prova». Dalla prova, Giobbe uscirà fortificato nella virtù, che non dipendeva da una situazione agiata e senza problemi, e neppure da grandi benefici che aveva ricevuto da Dio. Pur tuttavia, «il Libro di Giobbe non è l’ultima parola della Rivelazione su questo tema. In un certo modo esso è un annuncio della passione di Cristo», l’unica realtà che può illuminare il mistero della sofferenza umana, in modo particolare il dolore dell’innocente.
«Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna». Il dolore cambia radicalmente di segno con la Passione di Cristo. «È come se Giobbe l’avesse presentita, quando diceva: “Io so infatti che il mio Redentore vive…” (Gb 19, 25), e come se avesse indirizzato verso di essa la propria sofferenza, la quale senza la redenzione non avrebbe potuto rivelargli la pienezza del suo significato. Nella Croce di Cristo non solo si è compiuta la redenzione mediante la sofferenza, ma anche la stessa sofferenza umana è stata redenta. Cristo – senza nessuna colpa propria – si è addossato “il male totale del peccato” ». Le sofferenze di Gesù furono il prezzo della nostra salvezza. Da allora, il nostro dolore unito a quello di Cristo può essere reso partecipe della Redenzione dell’umanità intera. «Questa è stata la grande rivoluzione cristiana: trasformare il dolore in una sofferenza feconda; fare, di un male, un bene. Abbiamo spogliato il diavolo di quest’arma…; e, con essa, conquistiamo l’eternità».
Il dolore e la Passione di Cristo
Il dolore, quando ci sfiora, non ci lascia mai come prima. Purifica l’anima, la eleva, aumenta il grado di unione con la volontà divina, ci aiuta a distaccarci dai beni, dall’attaccamento eccessivo alla salute, ci fa corredentori con Cristo; oppure, al contrario, ci allontana da Signore e rende l’anima tarda a cogliere il soprannaturale e intristita. Quando Simone di Cirene fu sollecitato ad aiutare Gesù a portare la croce, dapprima accettò controvoglia. Lo «costrinsero», scrive l’evangelista. In un primo momento vedeva solo la croce, e la croce non era che un legno gravoso e molesto. Poi non si preoccupò più del legno ma del condannato, quell’uomo del tutto unico che stava per essere giustiziato. Allora tutto cambiò: aiutò Gesù con amore e meritò il premio della fede per sé e per i suoi due figli, Alessandro e Rufo. Anche noi, in mezzo alle prove e alle tribolazioni, dobbiamo guardare a Cristo. Ci preoccuperemo meno della croce e faremo posto all’amore. Troveremo che «portare la croce» ha senso quando la portiamo accanto al Maestro. «Il suo desiderio più ardente è di accettare nei nostri cuori la fiamma di amore e sacrificio che avvolge il suo, e per quanto poco corrispondiamo a questo desiderio, il nostro cuore si trasformerà subito in un fuoco di amore che consumerà a poco a poco le scorie accumulate per le nostre colpe e ci farà diventare vittime di espiazione, felici di ottenere, al prezzo della sofferenza, una purezza maggiore, una più stretta unione con l’Amato; felice anche di completare la Passione del Salvatore per il bene della Chiesa e delle anime (Col 1, 24) […]. È lì, ai piedi del Crocifisso, che comprenderemo che in questo mondo non è possibile amare senza sacrificio, ma che il sacrificio è dolce per chi ama.
Nel terminare l’orazione contempliamo la Madonna sul Calvario, che partecipa in modo singolare alle sofferenze di suo Figlio. «Ammira la fortezza della Madonna: ai piedi della Croce, con il più grande dei dolori umani -non c’è dolore come il suo dolore- piena di fortezza. - Chiedile questo vigore, per sapere stare anche tu presso la Croce». Accanto a Lei capiremo che chi ama è contento di sacrificarsi, e offriremo attraverso il suo cuore dolcissimo i fallimenti, le incomprensioni, le situazioni difficili della famiglia o nel lavoro, la malattia e il dolore. «Una volta fatta l’offerta, cerchiamo di non pensarci più, ma di compiere quanto Dio vuole da noi, là dove siamo: in famiglia, in fabbrica, in ufficio, a scuola… soprattutto cerchiamo di amare gli altri, i prossimi che ci stanno attorno.
Se così faremo, potremo sperimentare un effetto insolito e insperato: la nostra anima è pervasa di pace, di amore, anche di gioia pura, di luce. Potremo trovare in noi una forza nuova. Questo ci dirà come, abbracciando le croci di ogni giorno e unendoci per esse a Gesù crocifisso e abbandonato, possiamo partecipare già da quaggiù alla sua vita di Risorto.
Ricchi di questa esperienza, potremo aiutare efficacemente tutti i fratelli nostri a trovar beatitudine tra le lacrime, a trasformare in serenità ciò che li travaglia. Diventeremo così strumenti di gioia per molti, di felicità, di quella felicità a cui ambisce ogni cuore umano».

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