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L’aborto in Italia

Il 1978, ben dopo gli altri Stati, è l’anno della legalizzazione dell’aborto in Italia, con la cosiddetta legge 194. Negli anni Settanta la sinistra (PCI, PSI, PSDI), insieme ai partiti liberal-capitalisti (PRI, PLI), e al Partito Radicale di Pannella, Bonino e Rutelli, con l’appoggio di tutta la grande stampa (specie la Repubblica di Scalfari, L’Unità, Espresso, Panorama e Corriere della Sera) sostiene l’introduzione in Italia dell’aborto libero, gratuito, a spese dello Stato.

L’argomento principale a favore di tale legge è l’esistenza di centri di aborti clandestini, che causerebbero lo sfruttamento e talora la morte delle madri: si arriva, con una falsità straordinaria, ad indicare, con cifre altissime, il numero “preciso” degli aborti clandestini, come se fosse possibile conoscerlo, come se non fossero, appunto, “clandestini”. Si assiste ad un terrorismo dei numeri che tende a gonfiare se stesso nell’euforia della quantità e nel progredire dei giorni: “Tre milioni di aborti clandestini nella penisola, 25.000 donne morte ogni anno in seguito ad aborto clandestino…”.
La storia si incaricherà di smentire queste fole, ma l’emozione del momento e il tam tam dei giornali convinceranno molta gente. L’altro argomento, sostenuto con campagne miliardarie dalla famiglia Rockefeller, dall’ONU e per certi aspetti anche dal WWF e dal Club di Roma legato agli Agnelli, è la sovrappopolazione del pianeta. Il parlamentare socialista Loris Fortuna scrive: “7 miliardi gli individui che nel 2000 popoleranno la terra… ipotizzabile, come evento futuro, ma non incerto, la catastrofe”. Chi glielo dice oggi, al Fortuna, che siamo il Paese più vecchio e ansimante d’Europa, che la nostra popolazione diminuisce drasticamente ogni anno?
Accanto a queste cifre roboanti, indimostrate e indimostrabili, oggi lo sappiamo, sicuramente false e confutate, si cerca di tappare la bocca agli oppositori anche con l’utilizzo di un linguaggio mascherato. La falsità è lo sfondo su cui si svolge tutto il dibattito, depistato da affermazioni di questo tipo: “La soluzione di fondo non è quella… di discutere astrattamente sul concetto di inizio della vita”; “il problema dell’aborto dovrebbe essere discusso in ambito squisitamente etico-morale e non attraverso considerazioni di natura biologica” (L’Unità, giornale del partito comunista, 2/3/1977 e 25/2/1977).
Traducendo: discutiamo pure, purché non ci si chieda di accertare di che cosa (un minerale? un vivente?) si stia discutendo. Così si lotta in ogni modo per riconoscere la legge del più forte, per occultare la spaventosa realtà dell’omicidio con espressioni ingannevoli: quel bimbo che si muove nell’utero materno come un astronauta nella capsula spaziale, che scalcia se la mamma è seduta male o se compie un movimento brusco, che si succhia il dito e percepisce suoni e rumori esterni, diventa, nella terminologia degli abortisti e delle femministe, un “feto”, un “grumo di sangue”, un “brufolo”, un “parassita”, un “clandestino a bordo” e la sua uccisione, semplicemente, “interruzione volontaria di gravidanza” (grazie alla “diplomazia” degli pseudo-cattolici del PCI, i catto-comunisti Gozzini, La Valle, Pratesi…).
Eppure l’aborto è un delitto orribile, perché colpisce l’innocente, colui che non può difendersi, e perché non rimane senza conseguenze sulla madre, anche se spesso nessuno la avvisa di ciò: anche lei rischia, perché può andare incontro alla perforazione dell’utero e dell’ intestino, ad emorragie, alla sterilità, e ad un ossessionante senso di colpa che le può impedire di diventare madre per tutta la vita.
Un medico abortista racconta infatti che dopo il primo aborto alcune mamme vanno incontro ad “aborti ripetuti”, non perché non vogliano figli del tutto, ma “per autopunizione. Il meccanismo psicologico è: non potrò più essere madre perché ho abortito” (La Repubblica delle donne, 24 maggio 2003; per vedere cosa sia veramente l’aborto, anche attraverso l’ausilio fotografico, si consiglia il libro Aborto: il genocidio del XX secolo, Effedieffe, largo V. Alpini 9, 20145 Milano; oppure il sito internet www.amicivita.it).
Nel 1978, dunque, passa in parlamento la 194, che introduce in Italia l’aborto legalizzato, libero, finanziato e organizzato. I voti determinanti sono offerti dalle forze di cui abbiamo già parlato. Il mondo cattolico, invece, appare diviso. Come ai tempi del referendum sul divorzio, non mancano le associazioni cattoliche favorevoli alla nuova legge, e neppure gli ecclesiastici. Fra questi molti sono vacillanti, timidi, spaventosamente indifferenti. Lo hanno ricordato a più riprese Pietro Scoppola, Giulio Andreotti, Ettore Bernabei ed altri.
Il partito di riferimento dei cattolici, la DC, che dovrebbe gestire l’opposizione alla legge, essendo il maggior partito ed essendo al governo da solo, abdica brutalmente, specie per quanto riguarda i vertici (clamorose le numerose e determinanti assenze di deputati democristiani nelle Commissioni ed in Parlamento, nei momenti cruciali, dal 1975 -allorché il governo Moro dichiarava la sua neutralità sull’argomento-, in poi).
Sono tutti democristiani i membri del governo che controfirmano la legge presentata dal Parlamento: soprattutto ricordiamo Andreotti, capo del Governo, Anselmi, ministro della Sanità, Bonifacio, ministro di Giustizia, e Leone, presidente della Repubblica, che avrebbe potuto rimandare la legge alle Camere. Nessuno di loro si dimette, preferendo la stabilità del governo alla coerenza personale (eppure il governo cadrà quasi subito e Leone sarà costretto ignominiosamente a dimettersi per altri motivi).
Nessuno fa ostruzione, nessuno si dissocia di fronte ad una delle leggi abortiste più permissive al mondo, che considera l’aborto, secondo l’aspettativa dei comunisti, “una operazione qualsiasi, alla stregua di tutte le altre, e che, come tale, sia pagata dalla mutua…” (“Aborto: una battaglia di civiltà”, 1975; in questo opuscolo si legge anche: “È importante infine che l’aborto possa essere praticato su minorenni senza il consenso dei genitori”.
Giunto al governo, nel novembre 1998, il leader dei DS, Massimo D’Alema, ripeterà che l’aborto è un “elemento di civiltà”). Addirittura, passata la legge, Andreotti, tramite l’Avvocatura di Stato, se ne assume la difesa, chiedendo alla Corte Costituzionale di rigettare le numerose eccezioni di incostituzionalità presentate dopo l’entrata in vigore della 194.
La 194 stabilisce, all’articolo 4, che la donna che vuole interrompere la gravidanza nei primi tre mesi deve rivolgere la sua richiesta ad un pubblico consultorio o ad un medico generico, cioè anche ad un dermatologo, un dentista, un ortopedico o simili.
L’articolo 6 disciplina l’aborto dopo i tre mesi in casi particolari.
L’articolo 9 riconosce l’obiezione di coscienza a medici ed infermieri che siano contrari a collaborare a quello che ritengono un omicidio, ma li esclude dalla possibilità di far parte dei consultori, le strutture pubbliche in cui la gestante può rivolgersi per un consiglio prima di interrompere la gravidanza. “Secondo lo spirito della legge la gestante deve incontrare sulla sua strada solo personale abortista”: il rischio è che personale contrario consigli alla donna di portare a termine la gravidanza, le spieghi cosa l’aborto è veramente, oppure, solo, la inviti a partorire il figlio, invece che ucciderlo, senza riconoscerlo, come è possibile fare secondo la legge italiana.
Un figlio non voluto può infatti venir non riconosciuto dalla madre ed essere successivamente adottato da una mamma sterile o comunque desiderosa di una nuova creatura. La possibilità dell’obiezione di coscienza ha provocato e provoca tuttora le ire funeste dei giacobini: per fare un solo esempio i verdi Cento e Corleone sono i depositari di un disegno di legge che impedirebbe a ginecologi obiettori l’assunzione dell’incarico di responsabile di reparto; Flores D’Arcais, direttore di Micromega e leader arrabbiato dei girotondini, propone sul numero 4 del 2000 di impedire l’assunzione negli ospedali pubblici di ginecologi che abbiano riserve a praticare l’aborto (vedi anche il sito della rivista “L’ateo”).
È la famosa e puntualissima intolleranza dei sedicenti tolleranti! Il problema, come ha spiegato recentemente la dottoressa Elisabetta Canitano, ginecologa e responsabile DS per la “sanità” a Roma, che pratica dall’inizio della sua carriera l’aborto con “spirito militante”, quasi fosse una missione umanitaria, è che ben il 67,4% dei ginecologi italiani, cioè di coloro che sanno benissimo cosa l’aborto è veramente, si rifiutano di praticarlo (vedi La Repubblica delle donne, citato): “I tre colleghi che cominciarono con me hanno smesso”. Infine, agli articoli 17-22, si stabiliscono le pene e le multe da applicare a chi pratica aborti clandestini: da una legge nata con la scusa di legalizzare l’aborto per limitare l’opera delle mammane e delle praticone, ci si potrebbero spettare pene severe, che invece non vi sono, in quanto vengono addirittura diminuite rispetto alla legislazione precedente.
Infine la 194, che è nella attuazione pratica ancora peggiore che nella sua ipocrita formulazione, rifiuta in teoria ogni criterio eugenetico; in realtà, il professor Claudio Giorlandino, celebre ginecologo, racconta di aver visto “coppie scegliere l’aborto solo perché il feto aveva sei dita ai piedi (operabilissime, come è ovvio)”, e addirittura procedere in questo modo con “aborti a ripetizione” (vedi ancora la Repubblica delle donne, citato; si badi che si tratta nel complesso di un articolo fortemente filo-abortista, e non viceversa).
È evidente che lo stesso criterio potrebbe essere adottato da genitori che avessero scelto a priori di avere un maschio e non una femmina o viceversa. In relazione a queste cose l’on. Umberto Bossi, parlando in più occasioni del “problema-aborto” nelle sue interviste a Gianluca Savoini, ha insistentemente accennato ad un nuovo e angosciante “nazismo rosso”.
Scrive Emilio Bonicelli nel suo interessantissimo studio “Gli anni di Erode”: “Gli articoli della legge ne esprimono così chiaramente lo spirito: l’interruzione di gravidanza è resa libera e gratuita, ma viene in ogni modo favorita. Il parere contrario del medico, del padre del concepito, dei genitori, ovunque emerga, viene neutralizzato. Di fronte alla gestante dubbiosa ogni porta si apre perché la sua scelta sia quella del rifiuto della vita, ma nessun serio aiuto viene predisposto perché quella vita possa trovare accoglienza”.

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