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Riflessioni sulla nuova evangelizzazione

Card. Giacomo Biffi

Perché nuova?
1. L’aggettivo «nuova» assegnato a un dovere di sempre, qual è l’evangelizzazione, può forse suscitare qualche atteggiamento di meraviglia, se non di rifiuto. Perché «nuova»? Che cosa abbiamo fatto sinora, se non predicare il Vangelo? Che cosa deve essere cambiato nel patrimonio immutabile della Rivelazione?
Altri potrebbe pensare che stia per iniziare nella vita ecclesiale un tempo che privilegi la straordinarietà a scapito dell’azione pastorale ordinaria, che è la meno appariscente ma è probabilmente la più fruttuosa.
C’è chi non dimentica che programmi organici di evangelizzazione sono già stati studiati e proposti in un passato abbastanza recente anche nella nostra Chiesa, e non vede perché si debba sempre cominciare tutto da capo.
Mette conto perciò che su questo termine «nuova» si istituisca qualche semplice considerazione.

Intanto, un pastore d’anime non può sottovalutare il fascino che la categoria del «nuovo» esercita sulle menti e sui cuori di tutti. È una legge psicologica che anche i venditori di dentifrici e di detersivi conoscono bene, tanto è vero che ogni tanto ad essa ricorrono quando vogliono rilanciare i loro prodotti, che poi nella sostanza sono sempre gli stessi.
Non possiamo aspettarci di avere una ridestata attenzione della gente, se presentiamo i nostri traguardi sotto l’etichetta dello scontato e del risaputo. È difficile ottenere oggi una più vasta mobilitazione degli animi su un progetto che si confessa elaborato vent’anni prima. Di qui la necessità che ogni tanto si riparta con il piglio di chi comincia adesso.
È, analogamente, lo stesso fascino che esercita l’attesa e la preparazione di un mondo futuro, come ha bene intuito Giovanni Paolo II con la sua sempre ricorrente prospettiva del «terzo millennio».

La «novità» cristiana
2. Ma a questo aggettivo possiamo e vogliamo dare un contenuto più serio e più consistente.
«Nuova evangelizzazione» significa in primo luogo la nostra volontà di cogliere e di far cogliere l’intrinseca caratterizzazione dell’azione salvifica di Dio, che è data appunto dalla «novità».
Il cristianesimo, quando è compreso nella sua autenticità, è sempre qualcosa di inedito, di diverso, di sorprendente rispetto a tutto lo scenario mondano in cui si inserisce. Ma non sempre è capito così, neppure da noi che ci professiamo discepoli del Signore Gesù. È importante allora che tutti prendiamo coscienza dell’assoluta giovinezza del Vangelo (il quale è inconfrontabile con tutte le mutevoli e senescenti ideologie in cui si imbatte) e della sua sempre viva capacità di ringiovanire i cuori, le culture, la storia.
La parola di Dio, che illumina l’avvenimento cristiano, ce lo presenta come una «alleanza nuova» con il Creatore (di una «novità» assoluta che la rende definitiva: cf Lc 22, 20); come una «dottrina con potenza» (cf Mc 1, 22); come una «creazione nuova» (cf. 2Cor 5, 17); come una «vita nuova» 8cf. RM 6, 4) che è governata da un «comando nuovo» (cf. Gv 13, 34).

Nella società stanca e logora del nostro tempo l’incidenza della proposta evangelizzatrice per la larga parte dipenderà dalla nostra capacità di far percepire come una scoperta la sua novità sostanziale.

Nuovo slancio per i nuovi interlocutori
3. «nuova evangelizzazione» indica poi la nostra determinazione a proclamare il messaggio di Cristo con slancio più generoso, con voce più fresca, con animo più risoluto, oltre gli schemi convenzionali e i moduli consueti. E a questo particolarmente mira la presente nota.

«Nuova evangelizzazione» manifesta infine la consapevolezza in noi di avere degli interlocutori che non sono più nelle condizioni concrete che contrassegnavano le epoche precedenti.
Un’analisi adeguata qui sarebbe troppo lunga: ma qualche rapida annotazione è doverosa.
Dopo oltre due secoli di predominio della cultura illuministica, il mondo occidentale ha quasi consumato il patrimonio residuo delle convinzioni cristiane che fino a pochi anni fa apparteneva ancora alla coscienza comune 8per esempio: la saldezza della famiglia, l’intangibilità della vita umana innocente, l’educazione al senso del dovere, ecc.): anche se venivano spesso violate, le norme cristiane dell’esistenza erano riconosciute praticamente da tutti. Ora non è più così: la società è profondamente mutata soprattutto perché sembra non aver più le stesse regole del gioco sociale.
In particolare a partire dal 1974 –l’anno infausto del più clamoroso sbandamento ecclesiale– la cristianità italiana è esposta senza tregua ad attacchi contro la concezione cattolica, che si fanno sempre più accaniti in tutti i campi della vita personale e della vita associata.
Con la fine del comunismo –dissolto il pericolo di cadere sotto la più brutale e irragionevole schiavitù che abbia conosciuto la storia– stanno emergendo i termini veri ed eterni della «questione umana»: la questione cioè della natura dell’uomo, del suo destino, del suo limite, del suo impegno morale. E su tali problemi si va sempre più delineando una vasta omologazione in senso antievangelico. Come si vede, la situazione si è in pochi anni radicalmente alterata.
D’altra parte è un dono proprio del nostro tempo –un dono «nuovo»- l’azione pastorale di Giovanni Paolo II, che col vigore del suo esempio di intrepido missionario del Regno di Dio e con la luce del suo limpido e valoroso magistero infonde una straordinaria energia a chi non vuol sottrarsi all’incanto del suo carisma e alla grazia specifica di questo momento della nostra storia.

Verità e comunione ecclesiale
4. A un’impresa come quella della «nuova evangelizzazione» ci si deve accingere con un grande amore per la verità e con un culto non puramente terminologico della comunione ecclesiale.
In questo amore e in questo culto la nostra Chiesa troverà, oltre la legittima varietà degli accenti, quell’unità che le consentirà di essere testimone plausibile e annunciatrice incisiva. L’annotazione è di rilievo perché innegabilmente c’è in questi anni molta confusione nella cristianità e troppo spesso si ascoltano da più parti insegnamenti discorsi. Sicché si rende necessario qualche principio per il discernimento.

Le guide autentiche
5. Da chi, nella confusione, ci lasceremo guidare?
È ovvio che attingeremo di che saziare la nostra sete di verità e di comunione soprattutto dalla Sacra Scrittura.
Essa va letta e compresa entro tutto l’avvenimento cristiano, così come la nostra contemplazione della vicenda salvifica va nutrita assiduamente con la meditazione della parola ispirata. Non dovrà essere dunque una lettura separata dalla piena e autentica esperienza del fatto salvifico; non dovrà essere una lettura intellettualistica, alla sola portata dei privilegiati del sapere né una lettura spiritualmente aristocratica, ma una lettura integralmente ecclesiale, compiuta con la semplicità e la mansuetudine dei «piccoli», ai quali i misteri del Regno riescono più congeniali (cf. Mt 11, 25).
Soprattutto è auspicabile che i detti del Signore siano da noi meditati senza arbitrarie e senza censure, così che si possa davvero entrare nel «clima» degli inizi cristiani, luminoso di verità e caldo di passione apostolica.

Ci lasceremo guidare poi dagli insegnamenti dei legittimi pastori, secondo la natura della loro intrinseca autorevolezza: prima di tutto il magistero della Sede Apostolica e dei Concili ecumenici; quindi gli insegnamenti del vescovo che la Provvidenza ci ha concretamente assegnato per questi giorni fuggevoli che stiamo vivendo; infine i documenti della Conferenza episcopale italiana, che il pastore della Chiesa particolare doverosamente accoglie e almeno implicitamente ripropone.

Il discernimento delle altre voci
6. Le opinioni che possiamo raccogliere dai singoli autori (quale che sia la loro qualifica ecclesiastica o accademica) e dalle varie riviste di teologia, di pastorale, di liturgia, di attualità (quale che sia la loro diffusione) chiedono di essere valutate con animo libero e sana attitudine critica alla luce di quanto ci viene esposto o proposto o suggerito da coloro che lo Spirito Santo ha posto a pascere la Chiesa di Dio (cf. At 20, 28). Rovesciare questo criterio, e misurare gli atti del magistero autentico sul metro dei pareri dei singoli sarebbe procedimento ecclesialmente scorretto e pastoralmente rovinoso.
Le voci che si sentono sono tante e non di rado discordi. Personalmente mi sono fatto l’idea –comprovata ormai dall’esperienza di questi decenni fervidi e inquieti– che a giudicare positivamente i diversi pronunciamenti (come del resto i vari fenomeni di aggressione ecclesiale) sia utile verificare l’esistenza simultanea di questi tre dati:
- la piena convinzione che Gesù sia l’unico e necessario Salvatore del mondo (cioè delle persone, dei valori e delle culture) e non abbia bisogno di niente e di nessuno che lo salvi dall’inattualità;
- la percezione della bellezza soprannaturale della Chiesa: bellezza che di solito è visibile soltanto agli occhi della fede, ma non per questo è meno reale, anche quando è nascosta dalle nostre bruttezze;
- la consapevolezza che è tuttora in atto nella storia il combattimento tra il bene e il male, e l’armistizio non è mai stato dichiarato.
Chi condivide queste persuasioni, si può presumere che sia un compagno affidabile nell’opera che ci siamo prefissati. Chi non le condivide, possiamo solo sperare che dalla nuova evangelizzazione sia presto o tardi condotto a condividerle con la grazia del Signore.

Tags: chiesa, nuova evangelizzazione

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