«Ci sono delle pratiche di pietà ‑poche, brevi e abituali‑ che le famiglie cristiane hanno sempre adottato, e che per me sono meravigliose: la benedizione a tavola, il Rosario recitato tutti assieme ‑anche se oggi non manca chi attacca questa solidissima devozione mariana‑, le preghiere personali al mattino e alla sera. In tal modo otterremo che Dio non venga considerato come un estraneo cui si va a far visita una volta alla settimana, la domenica, in Chiesa; che invece lo si veda e lo si tratti come è nella realtà: anche in famiglia, perché, come ha detto il Signore, “dove sono due o tre riuniti in nome mio, Io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 20)» (Beato Escrivà).
La preghiera in comune trasmette all’intera famiglia una speciale fortezza. Il modo più efficace e, in ordine d’importanza, il primo per aiutare i genitori, i figli, i fratelli, consiste nel pregare con loro e per loro. La preghiera favorisce il senso soprannaturale che ci permette di comprendere quello che succede intorno a noi e in seno alla famiglia, e ci insegna a vedere che niente è estraneo ai piani di Dio: Egli in ogni occasione si mostra come un Padre che ci ricorda che la famiglia è più sua che nostra.
La famiglia cristiana ha saputo trasmettere, di padre in figlio, preghiere semplici e brevi, di facile comprensione, che formano il primo nucleo della pietà: giaculatorie a Gesù, a nostra Madre Maria Santissima, a San Giuseppe, all’Angelo Custode. Preghiere di sempre, ripetute mille e mille volte nei focolari cristiani di ogni tempo e di ogni condizione. I figli imparano presto le preghiere e gli insegnamenti che vedono vivere ai genitori. Diventati un po’ più grandi, comprendono e fanno proprio il significato della benedizione della mensa, del ringraziamento dopo aver mangiato, dell’offerta alla Madonna di qualcosa che costi e di salutare le sue immagini con un bacio o con uno sguardo, di ricorrere all’Angelo Custode entrando o uscendo di casa...