di Patrizia Stella
 
Sempre più frequentemente si organizzano manifestazioni contro la violenza subita dalle donne che sono stuprate, picchiate, ricattate, uccise e via di questo passo.   È una triste realtà per la quale, comunque, vale la pena fermarsi nella ricerca di una più profonda motivazione. Ci si domanda se è vero che sono sempre e solo le donne a subire violenza passando per vittime dell’uomo e della società, o se invece non si tratta, in molti casi, di un effetto “boomerang” dovuto alla violenza che la donna stessa provoca, e che si ritorce contro di lei.
Sfidare con arroganza gli uomini a forza di ostentare il proprio corpo seminudo in tutti gli ambienti, scuola, ufficio, laboratorio, ecc. e urlando contro chi osa allungare una mano su tanta “merce appetibile” non è forse fare violenza?
Invitare con tanta faciloneria a casa propria uno o più amici per passare qualche ora della notte a bere e a parlare di stupidità, non significa cacciarsi volutamente nei guai?   Se poi queste notti sono all’insegna di riti esoterici, come spesso accade, dei quali i mass-media si guardano bene dal fare menzione, è assai facile che ci caschi la “vittima” perché è risaputo che tali riti richiedono orge, sesso e sacrifici umani.  Allora smettiamola di far passare per povere vittime della violenza tutte quelle donne che la violenza se la vanno a cercare cacciandosi volutamente nei guai.
Piantare in asso il marito, spesso per motivi pretestuosi, e portarsi via figli, casa, buona parte dello stipendio del marito che finisce in molti casi presso parenti pietosi o al dormitorio pubblico, non è forse fare violenza?  Si può obiettare che ciò succede anche da parte dell’uomo. È vero. Però, a parte che in questo caso la moglie non ci rimette niente, è statisticamente provato che la separazione è chiesta per lo più dalle donne nella misura dell’80% circa con pretese sempre più esorbitanti perché protette da una legge che è contro la famiglia e favorisce, anzi premia, quelle donne che la vogliono rovinare.  Ci si meraviglia, dunque, che molti ragazzi si rifugino nella droga per sopravvivere alla violenza subita dentro le loro famiglie distrutte dalle loro stesse madri, con l’avvallo delle leggi dello Stato?
Che dire poi dell’aborto?  Una madre che, anziché accogliere con amore il bambino che porta in grembo, lo uccide, non è forse fare violenza?  È la massima violenza che esiste al mondo, prima e assoluta causa di tutte le altre.  Quanta ipocrisia c’è nell’affermare davanti alla pena di morte: “Punire è sempre lecito, ma uccidere è sempre sbagliato!” quando si continua a legalizzare la condanna a morte di tanti bambini, prima ancora di nascere.
Madre Teresa di Calcutta sosteneva che non può esistere la pace laddove esiste l’aborto, e infatti la società che abbiamo davanti è improntata sulla violenza e sul sopruso a vasto raggio.
È pur vero che in questo quadro generale ci rimettono anche molte donne incolpevoli, comunque quelle donne che scendono in piazza a reclamare assurdi diritti, dovrebbero fare un pubblico “mea culpa” per le loro false pretese mascherate da vittimismo.