La fedeltà coniugale

 

 
 

dal Catechismo della Chiesa Cattolica, numero 2364

La coppia coniugale forma una “intima comunità di vita e di amore… fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie”. “È stabilita dal patto coniugale, vale a dire dall’irrevocabile consenso personale” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 48]. Gli sposi si donano definitivamente e totalmente l’uno all’altro. Non sono più due, ma ormai formano una carne sola. L’alleanza stipulata liberamente dai coniugi impone loro l’obbligo di conservarne l’unità e l’indissolubilità [Cf Codice di Diritto Canonico, 1056]. “L’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto” (Mc 10,9) [Cf Mt 19,1-12; 1Cor 7,10-11].
 
di Don Pasquale Casillo
I coniugi si devono: amore, aiuto, coabitazione, atto genitale e fedeltà matrimoniale.
L’amore tutto speciale ricorrente tra le loro per­sone non è per nulla legato alle carezze e agli am­plessi anche più stretti e più affettuosi, ma deve prendere la sua ispirazione e la sua forza dalle va­lutazioni cristiane inerenti ai sensi, al cuore, all’ani­ma, al corpo, alla vita, alla generazione ed educa­zione dei figli. È una componente essenziale dello stato matrimoniale, inferiore solo al consenso che le due parti si sono scambiate liberamente per costi­tuirsi per sempre in legittimo matrimonio, e che fa rimanere valido questo matrimonio anche se a un certo momento si trova privo d’amore.
L’amore coniugale deve far sì che un partner condivida le vicende dell’altro con la massima com­prensione possibile e gli resti legato con un attac­camento superiore a quello che lo stringe alla prole.
Debbono perciò ritenersi colpevoli quei mariti e quelle mogli che si manifestano sospetti, ire, ran­cori, vendette.
L’aiuto va dato e ricevuto con la mente e con il cuore, nella buona e nella cattiva sorte, per provvedere alle necessità corporali (casa, abbigliamento, mensa, divertimento) e ai bisogni spirituali (istru­zione, informazione, adempimento delle pratiche re­ligiose). Devono saper consolarsi nelle sventure, in­coraggiarsi negli insuccessi, sorreggersi nelle speran­ze, moderarsi nelle vittorie; in particolare, diversi per funzione ma eguali in valore, devono riuscire a compenetrarsi per armonizzare la loro vita a due e l’esecuzione dei loro obblighi, individuali e co­muni, verso i figli da nutrire ed educare.
La coabitazione comporta per i coniugi di dimo­rare sotto il medesimo tetto, di nutrirsi alla mede­sima mensa e di dormire nel medesimo letto. E l’uomo non può assentarsi per lunghissimo tempo senza ragione scusante e contro la volontà dell’altro. Pos­sono nondimeno stare separati, anche permanente­mente, quando intendono evitare probabili compli­cazioni insorgenti da irriducibile incompatibilità di carattere o gravi pericoli o insopportabili maltrat­tamenti, fermi però restando l’obbligo della recipro­ca fedeltà matrimoniale e lo sforzo di tendere con la mediazione dei buoni alla necessaria riconcilia­zione.
L’atto genitale è dovere di ognuno dei due, quan­do l’altro lo chiede per rafforzare l’amore, per su­perare la tentazione di incontinenza e per ogni altro motivo onesto e buono, anche se per naturale forza maggiore non ne deriva alcuna conseguenza procrea­tiva.
Non è più un dovere quando l’altra parte è col­pevole di adulterio, il marito non mantiene la moglie e i figli, chi chiede manca dell’uso della ragione o ne fa richiesta spropositata, c’è minaccia per la sa­lute o per la vita, c’è un motivo superiore di un bene spirituale.
I coniugi hanno il dovere di comunicare la vita ai propri figli, pertanto chi esclude la fecondità, come chi esclude l’unità e l’indissolubilità, non ri­ceve il Sacramento e non contrae matrimonio davanti a Dio. E il dovere è di comunicare la vita nel mi­gliore dei modi, per cui se uno di essi sa con cer­tezza di generare prole deforme e malata per proprie tare ereditarie, deve astenersi dall’uso del matri­monio.
Peccano gravemente quegli sposi che si sottopongono a speciali medicine o a operazioni chirur­giche per privarsi definitivamente della facoltà di generare; o che, per avere figli, intentano la insemi­nazione artificiale. La sterilizzazione degrada la na­tura a un livello bassissimo e umiliante; e l’artificio per la fecondazione viola selvaggiamente il diritto di creare una vita nuova che soltanto i coniugi por­tano nel loro corpo in modo esclusivo, inalienabile e incomunicabile.
Pecca gravemente la donna che volontariamente interrompe la sua gravidanza: l’aborto è un omicidio, crudele e vile, che reclama giustizia punitrice da Dio e dagli uomini.
La fedeltà matrimoniale esclude tassativamente poliandria, poliginia, adulterio, divorzio.
La poliandria (cioè che la donna abbia contem­poraneamente più mariti) contrasta recisamente con i fini del matrimonio, che sono la generazione della prole e la pacifica convivenza dei coniugi. Soltanto dopo la morte del proprio marito la donna è sciolta dal vincolo e può accedere a nuove nozze.
La poliginia (ossia che l’uomo abbia nello stesso tempo più mogli) urta inesorabilmente contro la di­gnità dovuta alla donna e contro il vicendevole aiuto che i coniugi si debbono dare. Soltanto dopo la morte della propria moglie l’uomo è libero di spo­sare un’altra donna. Il matrimonio è patto d’amore tra un solo uomo e una sola donna.
L’adulterio è peccato contro la castità, giustizia e fedeltà proprie del matrimonio, anche quando uno dei coniugi credesse di dare il suo assenso, perché il diritto all’unità e indissolubilità del matrimonio è tale che nessuno dei coniugi vi può rinunciare.
Il divorzio è peccato perché né lo Stato né la Chiesa né i coniugi possono sciogliere il matrimo­nio debitamente contratto e consumato. L’uomo non può separare ciò che Dio ha congiunto.
La fedeltà matrimoniale osservata garantisce il godimento delle gioie più pure della vita, perché è basata sull’autocontrollo, e non sul sesso, del quale, oggi fin troppo bramato e sbranato, si può fare a meno.
Un esempio non cristiano: Gandhi, dopo avere avuto quattro figli, fece, ancor giovane, con il con­senso della moglie, voto di castità per dedicarsi to­talmente alla sua storica missione a favore dell'India.
Nella storia cristiana: mogli sante (Monica, Ma­ria Taigi, Rita) hanno migliorato i loro mariti; santi mariti (Omobono, Colombini, Luigi IX) hanno reso migliori le loro mogli; coniugi esemplari (s. Elzea­rio e s. Delfina, s. Cunegonda ed Enrico re di Ger­mania, s. Francesca Romana e Lorenzo Ponzani) han­no dato al mondo spettacolo di virtù monacali; ap­pena pochi anni fa, dopo avere celebrato le nozze d'argento del loro felicissimo matrimonio, Don Igna­zio Paternò Castello dei Principi di Biscari di Ca­tania entrò in un convento di Barnabiti e sua moglie in un monastero di Carmelitane.
Espressamente il Concilio Ecumenico Vaticano II ha affermato: «Sono stati sempre doveri dei coniu­gi. ed oggi sono la parte principale del loro aposto­lato: manifestare e comprovare, con l'esempio della propria vita, l'indissolubilità e la santità del vincolo matrimoniale; affermare con fortezza il diritto e il dovere che spetta per natura ai genitori e ai tutori di educare cristianamente la prole; difendere la di­gnità e la legittima autonomia della famiglia» (De­creto sull'Apostolato dei laici, 11).

 

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