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NON È SOLO QUESTIONE DEL LATINO MA DELLA FEDE

di Antonio Socci

Era il 1971 e il teologo Joseph Ratzinger – che pure era stato un uomo del Concilio – denunciò l’immane disastro “progressista” del post Concilio, indicando a chiare lettere la grave responsabilità di tanti Vescovi: “In base a queste istanze (progressiste), anche a dei Vescovi poteva sembrare ‘imperativo dell’attualità’ e ‘inesorabile linea di tendenza’, deridere i dogmi e addirittura lasciare intendere che l’esistenza di Dio non potesse darsi in alcun modo per certa (…). Per questo sono certo che si preparano per la Chiesa tempi molto difficili. La sua crisi vera e propria è solo appena cominciata”. E infatti la crisi è divampata e a farla esplodere è stato innanzitutto l’attacco alla liturgia che della Chiesa è il cuore.
Da cardinale tutore della fede, nel 1997, Ratzinger scriverà: “sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo, dipende in gran parte dal crollo della liturgia”. E oggi, da Papa, egli regala alla Chiesa un giorno storico. Il 14 settembre infatti entra in vigore il Motu proprio con cui Benedetto XVI ha restituito ai fedeli la libertà di partecipare alla cosiddetta liturgia tridentina, la liturgia di sempre della Chiesa.
Attenzione: non è solo questione del latino (perché anche la riforma del 1969 ha la sua messa in latino). Né è questione che interessa solo i cosiddetti tradizionalisti. E’ molto di più: la notte dell’autodemolizione progressista e modernista della Chiesa sta finendo.
Un grande teologo come Von Balthasar -che Papa Wojtyla volle cardinale- pur essendo anch’egli uomo del Concilio scrisse: “Stranamente a causa di questa falsa interpretazione si ha la sensazione che la liturgia post-conciliare sia divenuta più clericale di quanto non fosse nei giorni in cui il sacerdote era un semplice servitore del mistero che veniva celebrato!”.
Da oggi ai cristiani viene finalmente restituita la libertà di pregare (e di credere) come la Chiesa dei loro padri e dei Santi ha pregato (e creduto) per 19 secoli. Una libertà loro sottratta da Vescovi e chierici “progressisti” dispotici che prima hanno (arbitrariamente) presentato la riforma liturgica del 1969 come un’abolizione del rito tradizionale della Chiesa e poi hanno sabotato lo speciale indulto chiarificatore di Giovanni Paolo II del 1984 e del 1986.
Ora Benedetto XVI – preso atto del boicottaggio dei Vescovi – ha ordinato loro di riconoscere i diritti dei fedeli. Un passo grandioso che porterà frutti sorprendenti alla Chiesa. Ma, ancora una volta, diversi Vescovi stanno cercando di disobbedire al Papa con la ribellione esplicita o con qualche trucco dialettico. A dare il la come al solito è stato il cardinal Martini che – ormai nei panni dell’Antipapa – ha tuonato che lui non avrebbe mai celebrato nel rito tradizionale per “quel senso di chiuso che emanava dall’insieme di quel tipo di vita cristiana così come allora lo si viveva”.
Così, forte del fallimento pastorale progressista (e del suo episcopato), Martini ha liquidato secoli di santità: la Chiesa dove sono fioriti i più grandi santi, da Caterina a Francesco, da Carlo Borromeo a Francesco Saverio e Teresina di Lisieux, da Massimiliano Kolbe a Padre Pio, darebbe “un senso di chiuso” rispetto alla chiesuola progressista, fatta – immagino - di cattocomunisti, ecumenisti scatenati e teologi della liberazione.
La grandiosa liturgia cattolica per la quale geni come Mozart, Michelangelo e Caravaggio hanno creato capolavori darebbe un’idea di “chiuso” rispetto agli sciamannati schitarramenti postconciliari con i più indecenti abusi liturgici. Ma subito a coda di Martini ha preso il coraggio del boicottaggio furbesco anche l’attuale Vescovo di Milano Tettamanzi (scottato dal conclave del 2005 da cui voleva uscire Papa) e altri Vescovi, tra i quali va citato quello di Pisa per la sua aperta opposizione al Papa (da monsignor Plotti aspetto ancora che mi spieghi il senso della Cattedrale a pagamento, come fosse un museo).
Per avere un’idea di cosa sia la “chiesa progressista” bisogna leggere un articolo apparso l’altro ieri sulla Repubblica. Parlava dei funerali dei bimbi rom, morti in un incendio a Livorno, celebrati dal pope ortodosso nella Cattedrale cattolica della città toscana. Monsignor Razzauto, amministratore diocesano con funzioni di Vescovo, che ha concesso la cattedrale ha dichiarato: “se, per motivi speciali, o per mancanza di spazio, ne avessero bisogno non avrei alcun problema a mettere a disposizione la cattedrale anche agli islamici”. Avete letto bene: la Cattedrale cattolica a disposizione per dei riti islamici.
I commenti – teologici e canonici – li lascio alle autorità vaticane. Vorrei sottolineare però che questo clero così ecumenico e aperto è lo stesso che poi, per decenni, ha negato le chiese ai fedeli cristiani per celebrare la Messa tradizionale. In un’altra città toscana un Vescovo ha negato la Cattedrale addirittura ad un cardinale perché avrebbe celebrato, com’era sua facoltà, la Messa tridentina.
Nella ribellione dei Vescovi c’è un’opposizione al Papa che viene da lontano.
Al Concilio don Giuseppe Dossetti, passato dalla politica italiana alle smanie riformatrici della Chiesa, provò a dimostrare che il Vescovo ha il potere di giurisdizione con l’ordinazione stessa, a prescindere dal fatto che lo riceva dal Papa. Se questa idea fosse stata accolta la Chiesa Cattolica si poteva trasformare in chiesa episcopaliana col Papa ridotto a coordinatore. Invece fu bocciata e Dossetti fu rimosso da Paolo VI. Ma i Vescovi progressisti non hanno mai rinunciato alle loro pretese.
Paolo VI, negli ultimi anni, era diventato una voce che grida nel deserto. L’allora patriarca di Venezia Albino Luciani fu tra i pochi che cercò si opporsi alla dissoluzione: “Sarebbe ora di affermare coraggiosamente che voler essere col Papa non è deteriore complesso di inferiorità, ma frutto dello Spirito Santo”. Con Wojtyla il papato ritrovò vigore. Ma ricordo l’ottimo don Divo Barsotti che in un’intervista del 1985 mi diceva: “C’è un grande pericolo, il disgregamento dell’unica Chiesa di Cristo.
I viaggi del Papa, secondo me, esprimono questa drammatica preoccupazione. Il papato negli anni recenti era stato umiliato e isolato. Nessuno voleva più sentir parlare del Papa, soprattutto i Vescovi …”. E poi aggiungeva: “ancora non si è superato questo dramma. Ci sono ancora Vescovi che resistono al Papa”.
Giustamente Barsotti sottolineava che il Vescovo ha diritto di essere seguito dai fedeli, ma se è in comunione col Papa. Altrimenti fa una sua chiesuola. Lealtà vorrebbe che un Vescovo in disaccordo col Papa si dimettesse. Ma di rinunciare al loro potere clericale non vogliono sentirne parlare. Anzi, purtroppo continuano tuttora a essere nominati Vescovi di area “progressista” che promettono di continuare questa deriva. Perché la burocrazia clericale è ancora in loro potere.
Cosa temono dalla libertà? Perché vogliono impedire al popolo cristiano di pregare come la Chiesa ha pregato per due millenni? Perché nella Chiesa “lex orandi, lex credendi”. La Liturgia esprime la dottrina cattolica ortodossa ed è la vera fede che affascina e attrae. Mentre la loro stagione è quella del passato, quella – come denunciò il cardinal Ratzinger – dove i cristiani erano “portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina”. In quel memorabile discorso di apertura del Conclave, Ratzinger aggiungeva, amaramente: “Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero...
La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde, gettata da un estremo all’altro”. Benedetto XVI ora cerca invece di ancorarla alla roccia della tradizione ortodossa. E anche se il “partito clericale” gli ha dichiarato guerra, ha con sé il popolo cristiano.

(Libero 19-9-2007)

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