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Sacramento del sacrificio

Sacramento del sacrificio
di Padre Enrico Zoffoli

Il rito eucaristico - come giustamente osserva E. MASURE - «mette il Calvario sul nostro altare», e ciò nel senso che esso - suo sacramento istituito da Cristo - presenta il MISTERO DELLA CROCE nell’assolutezza della sua verità in sé, offrendolo ai sensi del credente, reso partecipe dell’Offerta cruenta del Salvatore non meno realmente dei testimoni oculari di un tempo.
E ciò - è opportuno ribadirlo - perché adoriamo l’identico Sacerdote e partecipiamo all’atto della sua più sublime e irripetibile prova di amore al Padre e al mondo.
Tutto, dunque, è esclusivamente suo, perché il Padre non conosce che Lui, non gradisce altra immolazione che la sua. Nostra può essere solo la configurazione di ciascuno al Cristo, nell’appropriarci le sue disposizioni sacrificali, le uniche indispensabili e realmente efficaci per riconciliarci con Dio e, in Lui, ricuperare tutti i beni perduti col peccato.
Ora, tale partecipazione è condizionata - per l’uomo, finché vive, e per la comunità dei credenti, fino alla parusia - dal SACRAMENTO EUCARISTICO che, pur obbligando a credere, non comporta una totale astrazione dal sensibile: esso, nelle naturali proprietà del pane e del vino, offre qualcosa di così sperimentale, concreto ed umano, da poter fungere da S E G N O eloquentissimo di Lui, «Pane vivo disceso dal cielo», e del suo SEMPRE-ATTUALE SACRIFICIO, nella distinta consacrazione del pane e del vino, come spiega la Mediator Dei di Pio XII.
Ovviamente, si tratta di formule consacratorie, le quali, mentre rendono sostanzialmente presente il Cristo, Sacerdote-Vittima, simboleggiano l’atto intemporale della sua immolazione, prefigurata dal sacrificio dell’Agnello pasquale.
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L’immolazione dell’altare è detta incruenta, non perché diversa da quella della Croce, assolutamente irripetibile; ma perché la prima si limita a RENDERE EVIDENTE la seconda sotto le parvenze del pane e del vino, distintamente consacrati; parvenze o specie che non offrono nulla di violento, per cui: sacrificio incruento equivale esattamente a sacrificio-sacramentale, perché offerto sotto le specie o segno, sacramento, della divina realtà del CRISTO, CHE ATTUALMENTE S’IMMOLA. Realtà -si noti bene!- significata come veramente presente in virtù della transustanziazione e che il credente raggiunge in base alla percezione del segno, possibile ai sensi.
Ed eccoci ad un fatto assolutamente unico nella storia di tutti i culti. Il Sacrificio di Cristo, colto nella intemporale verità del suo MISTERO, per l’incarnazione del Verbo prima, e per l’istituzione del Sacramento eucaristico poi, è reso presente:
- sul Calvario, ai testimoni del dramma per l’insieme degli elementi di natura empirica che mostravano a tutti la realtà della sua immolazione: essi poterono vedere le piaghe sanguinanti del Crocifisso, udirne le ultime parole, i rantoli dell’agonia...;
- sull’altare, ai credenti che ora possono intuire il Mistero della sua morte attraverso gli elementi del rito (pane e vino) distintamente consacrati, divenuti s i m b o l o del Sacrificio della Croce.
Dunque, adoriamo l’unica REALTÀ sotto due generi di specie:
a) le specie naturali, proprie del Verbo incarnato (= sub specie propria), e
b) le specie eucaristiche, o del pane e del vino, convertiti nella sostanza del Corpo e Sangue di Cristo (= sub specie aliena).
Ora, come ai testimoni della Passione era indispensabile la fede, per intuire sotto le piaghe del Crocifisso il Mistero della Redenzione che si andava operando (come fu possibile a Maria); così ora, presso l’altare, è necessaria la fede per partecipare al medesimo Mistero significato dalle specie eucaristiche.
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Non sarebbe possibile nulla di tutto ciò che il r i t o è in sé e comporta - dato lo scopo per il quale è stato istituito - senza il prodigio della t r a n s u s t a n z i a z i o n e. Gesù ha voluto rendere presente il Sacrificio della croce quanto al suo profondo nucleo di Mistero della salvezza, velando gli elementi empirici della propria natura umana dolorante. Elementi che poterono verificarsi una sola volta, quando costituirono il sacramento del Sacrificio per i testimoni della Passione.
Ora, perché il MISTERO fosse presente ai futuri credenti di tutti i luoghi e i tempi, era indispensabile un diverso sacramento, reperibile ovunque e sempre: quello degli accidenti del pane e del vino interamente trasformati nella sostanza del Corpo e del Sangue della Vittima.
Per conseguenza, senza questo prodigio -massimo di tutti i possibili-, non avremmo potuto avere la Messa quale SACRAMENTO DEL SACRIFICIO. Avremmo avuto il SACRIFICIO-IN-SÉ, raggiunto dalla fede alla luce della Rivelazione; non però il SACRIFICIO CELEBRATO sensibilmente come supremo atto pubblico di culto, comprendente la consumazione della Vittima offerta, quale parte integrante del rito eucaristico, simbolo più sublime dell’unità dei fedeli, membri del Corpo Mistico.
Logico perciò l’atteggiamento dei Protestanti, che:
- negano il Sacrificio della Messa;
- negano la transustanziazione;
- negano il sacramento dell’Ordine sacro;
- negano il sacerdozio ministeriale;
- negano la Chiesa Gerarchica;
- negano il suo Magistero infallibile.
Tutto, per loro, si risolve in un fatto di coscienza, quale atto di fede nella Parola di Dio, interpretata da ciascuno secondo l’incontrollata e incontrollabile mozione interiore dello Spirito.
Ma a noi, più che altro, interessa riflettere sulla transustanziazione, decisamente respinta ed irrisa da quanti, negando la Messa COME SACRIFICIO, la riducono ad un CONVITO ESCLUSIVAMENTE COMMEMORATIVO DEL SACRIFICIO..., spingendosi a ritenere pane e vino consacrati come un puro simbolo della mistica presenza di Cristo e dell’unione - in Lui - fra tutti i commensali.
Appunto l’eresia ripetutamente e solennemente condannata dalla Chiesa.

Tags: Sacramento, sacrificio

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