DOCILITÀ NELLA DIREZIONE SPIRITUALE

DOCILITÀ NELLA DIREZIONE SPIRITUALE
 
* Necessità che qualcuno guidi la nostra ani­ma nel suo cammino verso Dio.
«Grazia a voi e pace da Dio Padre e dal Signore Gesù Cristo», scrive san Paolo ai cristiani di Tessa­lonica. «Dobbiamo sempre ringraziare Dio per voi, fratelli, ed è ben giusto. La vostra fede infatti cresce rigogliosamente e abbonda la vostra carità vicende­vole». Con l’assistenza dello Spirito Santo alla sua Chiesa i primi fedeli godettero della dedizione sa­crificata dei loro pastori. I farisei non seppero inve­ce guidare il popolo eletto perché, per loro colpa, rimasero senza luce, e caricarono i figli di Israele di un peso aspro e duro, che non li avvicinava a Dio. Il Signore nel Vangelo della Messa li chiama «guide cieche», incapaci di indicare ad altri la retta via.
Una delle maggiori Grazie che potevamo riceve­re è di avere chi ci orienta nel cammino della vita interiore; e se ancora non abbiamo trovato chi ci dia dottrina e ci consigli, in nome di Dio, nella costru­zione del nostro edificio spirituale, chiediamolo al Signore: «Chiedete e vi sarà dato; cercate e trovere­te; bussate e vi sarà aperto». Egli non rimarrà sor­do alla nostra richiesta.
Nella direzione spirituale troviamo la persona, voluta dal Signore, che conosce bene la strada; le apriremo l’anima e sarà per noi maestro, medico, amico, il buon pastore per tutto ciò che fa riferimen­to a Dio. Ci mostra i possibili ostacoli, ci suggerisce mete più alte di vita interiore e punti concreti di lotta; ci incoraggia sempre, ci aiuta a scoprire nuovi orizzonti e risveglia nell’anima fame e sete di Dio, che la tiepidezza, sempre in agguato, vorrebbe sof­focare. La Chiesa fin dai primi secoli ha raccoman­dato la pratica della direzione spirituale personale come mezzo efficacissimo per progredire nella vita cristiana. È assai difficile che qualcuno possa essere guida di sé stesso nella vita interiore. Spesso il coin­volgimento emotivo, la mancanza di obiettività con cui guardiamo a noi stessi, l’amor proprio, l’inclina­zione ad abbandonarci a quel che più ci aggrada, che ci risulta più facile, tendono ad annebbiare la via che conduce a Dio (forse all’inizio così chiara!); e quando non c’è chiarezza sopravvengono la fiac­chezza, lo scoraggiamento e la tiepidezza. «Colui che vuole restare solo senza il sostegno di un mae­stro e di una guida, è come un albero solo e senza padrone in un campo, i cui frutti, per quanto abbon­danti verranno colti dai passanti e non giungeran­no quindi alla maturità [ ... ]. L’anima virtuosa, ma sola e senza maestro, è come il carbone acceso ma isolato, il quale invece di accendersi si raffredde­rà».
È una Grazia del Signore davvero speciale poter contare su di una persona che ci aiuti efficacemente nella nostra santificazione, alla quale poter dischiu­dere il nostro cuore con una confidenza piena di senso umano e soprannaturale. Sarà una grande gioia poter comunicare i nostri sentimenti più intimi, per orientarli al Signore, a chi ci comprende, ci incoraggia, ci apre orizzonti nuovi, prega per noi e ha una Grazia speciale per aiutarci.
Nella direzione spirituale troviamo Cristo stesso che ci ascolta con attenzione, ci comprende e ci dà forza e luci nuove per procedere sicuri.
 
* A chi dobbiamo rivolgerci. Visione sopran­naturale nella direzione spirituale.
Nella direzione spirituale dev’essere presen­te un profondo senso umano e un grande spirito soprannaturale; per questo, la confidenza «non si fa a una persona qualunque, ma a chi merita la nostra fiducia per quello che è o per ciò che Dio lo fa essere per noi». Per san Paolo Dio aveva scelto Anania, che lo fortificasse nel cammino della conversione; per Tobia fu l’arcangelo san Raffaele, nella figura di un uomo incaricato da Dio di orientarlo e di consi­gliarlo nel suo lungo viaggio.
È imprescindibile per la direzione spirituale un clima soprannaturale: cerchiamo la voce di Dio. Per chiedere consiglio o per confidare una preoccupa­zione esclusivamente umana, tralasciando il piano soprannaturale, forse basterebbe rivolgersi a una persona capace di comprendere, discreta e pruden­te; ma per tutto quanto si riferisce all’anima, dob­biamo discernere nell’orazione chi sia il «buon pa­store» per noi, «poiché si corre il pericolo, se ci si basa soltanto su motivi umani, di non essere ascol­tati né capiti; e allora l’allegria si trasforma in ama­rezza, e l’amarezza sfocia nell’incomprensione che non dà sollievo; in ogni caso si prova disagio, l’inti­mo malessere di chi ha parlato troppo, con chi non doveva, di ciò che non doveva». Non dobbiamo scegliere «guide cieche» che più che aiutarci ci por­terebbero a inciampare e cadere.
Se andiamo alla direzione spirituale con senso soprannaturale eviteremo anche di cercare un con­siglio che favorisca il nostro egoismo, che tranquil­lizzi con una sua presunta autorità la voce della nostra anima; e addirittura che si continui a cam­biare consigliere fino a trovare il più benevolo. Questa tentazione può manifestarsi specialmente in ambiti e casi particolarmente delicati, nei quali for­se non si è disposti a cambiare, nell’intento di piega­re la volontà di Dio alla propria: per esempio, la scoperta della propria vocazione, che comporta un impegno maggiore; il dover rompere con un’amici­zia pericolosa; la generosità nel numero dei figli, per gli sposi, eccetera. Chiediamo al Signore che ci renda persone di coscienza retta, che cercano la sua volontà e che non si lasciano condurre da motivi umani: che cercano veramente di piacere a Lui, e non una falsa tranquillità o di far bella figura. Allo stesso modo, sarebbe una mancanza di visione so­prannaturale essere eccessivamente preoccupati del «che cosa avranno pensato», di «che cosa pense­ranno», dell’opinione che si son fatti di noi. La visio­ne soprannaturale conduce alla sincerità e alla sem­plicità. La vita interiore matura nel tempo e non si improvvisa dalla sera alla mattina. Andremo incon­tro a sconfitte, che ci aiuteranno a essere più umili, e a vittorie, che mostrano quanto la Grazia agisce efficacemente dentro di noi; avremo bisogno di co­minciare e ricominciare molte volte, senza scorag­giarci e senza aspettare ‑anche se a volte vengono‑ risultati immediati, che talora il Signore vuole che non vi siano in vista di un bene maggiore.
 
* Costanza, sincerità e docilità.
Dietro questa lotta ascetica allegra dev’esserci la direzione spirituale, che non può essere sporadica o discontinua, ma seguire passo dopo passo gli alti e bassi del nostro sforzo. «Costanza» anche nelle difficoltà: quando, per esempio, il tem­po scarseggi a causa di un lavoro particolarmente assorbente, per chi è studente, per l’approssimar­si degli esami... Dio premia questo sforzo con nuove luci e Grazie. Altre volte le difficoltà sono interiori: pigrizia, superbia, scoraggiamento perché le cose vanno male, perché non si è riusciti a compiere quanto ci si era proposto. Èil momento in cui abbiamo maggior bisogno di una chiacchierata fraterna, o di una Confessione, dalla quale usciremo con più speranza e allegria, con una spinta nuova ad andare avanti nella lotta. Un quadro è fatto di pennellate e pennellate, e una corda robusta è un intreccio di molti fili: è nella continuità della direzione spiritua­le, settimana dopo settimana, che l’anima si va for­giando; a poco a poco, attraverso sconfitte e vittorie, lo Spirito Santo costruisce l’edificio della santità.
Accanto alla costanza, è imprescindibile la «sin­cerità»; cominciamo sempre col dire la cosa più importante, che forse è proprio quella che ci costa di più manifestare; questo è essenziale sia agli inizi sia per perseverare. I frutti possono farsi attendere proprio per non aver dato fin da subito una chiara immagine di quel che ci succede, di come siamo realmente; oppure per esserci soffermati su cose e fatti meramente accidentali, di contorno, non giun­gendo alla sostanza. Sincerità senza finzioni, esage­razioni o mezze verità: nel concreto, nel particola­re, con delicatezza, quando sia necessario, chia­mando i nostri errori, i difetti del carattere, col loro nome, senza volerli mascherare con eufemismi o palliativi: perché? come? quando?.... circostanze che caratterizzano con più efficacia lo stato dell’a­nima.
Un’altra condizione perché la direzione spiri­tuale dia frutto è la «docilità». Furono docili quei lebbrosi che, come se fossero già stati mondati, andarono a presentarsi ai sacerdoti come Gesù aveva loro ordinato; furono docili gli apostoli quando il Signore disse loro di far sedere la folla che lo segui­va e dar loro da mangiare, nonostante che essi, avendo già fatto i calcoli, sapessero bene che le provviste raccolte erano del tutto insufficienti. Pietro è docile quando getta le reti pur avendo più volte sperimentato che in quel luogo non c’erano pesci, e l’ora non era opportuna. San Paolo si lascerà gui­dare; la sua personalità forte, emersa in vari modi e in tante occasioni, gli serve ora per essere docile. Prima i suoi compagni di viaggio lo portarono a Damasco, poi Anania gli renderà la vista, ed eccolo divenuto un uomo capace dì sostenere le battaglie del Signore.
Non potrà essere docile chi insiste a essere coc­ciuto, ostinato, incapace di accogliere un’idea di­versa da quella che ha già o che gli detta l’esperien­za. Il superbo è incapace di essere docile perché, per imparare e consentire che ci aiutino, è necessa­rio che siamo convinti della nostra pochezza e indi­genza in tanti aspetti della nostra vita spirituale.
Rivolgiamoci alla Santissima Maria per essere costanti nel farci dirigere, sinceri, aprendo il cuore vera­mente, e docili, come «la creta in mano al vasaio».
 
 

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