IL DRAMMA DELLA MORALE (seconda parte)

Scritto il 25 Giugno 2009.Cardinale J. Ratzinger – Vittorio Messori
Dal libro: Rapporto sulla Fede
Cercando punti fermi
Tra i sistemi etici che vanno creandosi in alternativa a quelli del Magistero non c’è, per lui, soltanto il “personalismo estremizzato”. Davanti ai vescovi riuniti a Bogotá, e riferendosi al dibattito della teologia morale nell’Occidente, Ratzinger ha delineato le linee di altri sistemi che giudica inaccettabili: «Subito dopo il Concilio si cominciò a discutere se esistessero norme morali specificamente cristiane. Alcuni arrivarono a concludere che tutte le norme si possono trovare anche fuori dell’etica cristiana e che, di fatto, la maggior parte di quelle cristiane è stata presa da altre culture, in particolare dalla antica filosofia classica, la stoica in particolare.
Da questo falso punto di partenza si arrivò ineluttabilmente all’idea che la morale sia da costruire unicamente sulla base della ragione e che questa autonomia della ragione sia valida anche per i credenti. Non più Magistero, dunque, non più il Dio della Rivelazione con i suoi comandamenti, con il suo decalogo. In effetti, ci sono oggi moralisti “cattolici” i quali sostengono che quel decalogo, sul quale la Chiesa ha costruito la sua morale oggettiva, non sarebbe che un “prodotto culturale” legato all’antico Medio Oriente semita.
Dunque, una regola relativa, dipendente da un’antropologia, da una storia che non sono più nostre. Torna qui, dunque, la negazione dell’unità della Scrittura, si riaffaccia l’antica eresia che dichiarava l’Antico Testamento (luogo della “Legge”) superato e respinto dal Nuovo (regno della “Grazia”). Ma per il cattolico la Bibbia è un tutto unitario, le Beatitudini di Gesù non annullano il decalogo consegnato da Dio a Mosè e, in lui, agli uomini di ogni tempo. Invece, stando a questi nuovi moralisti noi, uomini “ormai adulti e liberati”, dovremmo cercare da soli altre norme di comportamento».
Una ricerca, dico, da fare con la sola ragione?
“In effetti, come avevo cominciato a dire. Si sa invece che per la morale cattolica autentica ci sono azioni che nessuna ragione potrà mai giustificare contenendo in se stesse un rifiuto di Dio Creatore e dunque una negazione del bene autentico dell’uomo, sua creatura. Per il Magistero ci sono sempre stati dei punti fermi, dei pali indicatori che non possono essere sradicati o ignorati senza spezzare il legame che la filosofia cristiana vede tra l’Essere e il Bene. Proclamando invece l’autonomia della sola ragione umana, staccati ormai dal decalogo, si è dovuto andare alla ricerca di nuovi punti fermi: dove agganciarsi, come giustificare i doveri morali se questi non hanno più radice nella Rivelazione divina, nei Comandamenti del Creatore?”.
E allora?
«E allora, si è giunti alla cosiddetta “morale dei fini” -o, come si preferisce dire negli Stati Uniti dove è soprattutto elaborata e diffusa-, delle “conseguenze” il “consequenzialismo”: niente è in sé buono o cattivo, la bontà di un atto dipende unicamente dal suo fine e dalle sue conseguenze prevedibili e calcolabili. Resisi conto però degli inconvenienti di un tale sistema, alcuni moralisti hanno cercato di ammorbidire il “consequenzialismo” nel “proporzionalismo”: L’agire morale dipende dalla valutazione e dal confronto fatti dall’uomo tra la proporzione dei beni che sono in gioco. Ancora un calcolo individuale, insomma, questa volta della “proporzione” tra bene e male».
Ma, osservo, mi pare che anche la morale classica facesse riferimento a figure del genere: alla valutazione delle conseguenze, al peso dei beni in gioco.
«Certamente. L’errore è stato il costruire un sistema su ciò che era solo un aspetto della morale tradizionale la quale non dipendeva certo – alla fine – dalla valutazione personale dell’individuo. Ma dipendeva dalla rivelazione di Dio, dalle “istruzioni per l’uso” da Lui inscritte in modo oggettivo e indelebile nella sua creazione. Dunque la natura, dunque l’uomo stesso in quanto parte di quella natura creata, contengono al loro interno la loro moralità».
La negazione di tutto questo porta, per il Prefetto, a conseguenze devastanti per il singolo e per la società intera: «Se dalle società del benessere dell’Occidente, dove questi sistemi sono apparsi per la prima volta, ci spostiamo ad altre aree geografiche, troviamo che anche nelle convinzioni morali di certe teologie della liberazione sta spesso sullo sfondo una morale “proporzionalista”: il “bene assoluto” (e cioè, l’edificazione della società giusta, socialista) diventa la norma morale che giustifica tutto il resto, compresi – se necessario – la violenza, l’omicidio, la menzogna. È uno dei tanti aspetti che mostrano come, scardinandosi dal suo aggancio in Dio, l’umanità cada in balìa delle conseguenze più arbitrarie.
La “ragione” del singolo, infatti, può di volta in volta proporre all’azione gli scopi più diversi, più imprevedibili, più pericolosi. E ciò che sembrava “liberazione” si rovescia nel suo contrario, mostra nei fatti il suo volto diabolico. In effetti, tutto ciò è già stato descritto con precisione nelle prime pagine della Bibbia. Il nucleo della tentazione per l’uomo e della sua caduta è racchiuso in questa parola programmatica: “Diventerete come Dio” (Gen. 3,5). Come Dio: cioè liberi dalla legge del Creatore, liberi dalle stesse leggi della natura, padroni assoluti del proprio destino. L’uomo che desidera continuamente solo questo: essere il creatore e il padrone di se stesso.
Ma ciò che ci attende alla fine di questa strada non è certo il Paradiso Terrestre».

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