Categoria: PECCATI

Sottovalutazione della bestemmia 0

Sottovalutazione della bestemmia

di Don Enzo Boninsegna “A mali estremi, estremi rimedi”: è quanto ci viene suggerito, o meglio, comandato, dal buon senso umano e dalla sapienza cristiana. Se dunque la bestemmia è il peggiore dei mali, il più grave dei peccati, occorre cercare estremi rimedi. È necessario non lasciar nulla di intentato per far maturare in tutti la coscienza della gravità di tale colpa e per rieducare i bestemmiatori al rispetto del Nome santo di Dio.Ma la bestemmia è percepita oggi come il peggiore dei mali? E se ne cercano seriamente i rimedi? Pare proprio di no.Ma vediamo come stanno le cose. A – CHE COSA NE PENSA IL MONDO?3 marzo 1985: partita di calcio Verona – Roma. Risultato sportivo: 1 a 0. Risultato umano: 0 a 0, o meglio: -1 a -1. Lo deduco dalle parole del capitano della Roma e campione del mondo Bruno Conti (un giocatore che sapeva usare bene le gambe, ma non la testa), espulso dall’arbitro perché accusato dal guardalinee di avergli sputato in faccia: “Ho la coscienza pulita… Se ho sputato in faccia al guardalinee? No, e chi sostiene questa accusa sporca la mia immagine di professionistaAl limite posso aver bestemmiato, come hanno bestemmiato tanti giocatori del Verona”. Dunque, per Conti la bestemmia non sporca la coscienza e se proprio la sporca non la sporca tanto quanto uno sputo al guardalinee. Sputare in faccia a Dio non è poi così grave! È un episodio rivelatore, che manifesta fin troppo chiaramente quale sia il criterio di valutazione che circola nella mente di tante persone: colpire un uomo è grave, colpire Dio … molto meno!   Non è raro trovare persone che non bestemmiano, ma sorridono tolleranti, o ridono allegramente davanti a chi bestemmia. Per questi signori sono altri i problemi che contano; le bestemmie non meritano poi tanta attenzione … sono semplicemente “quisquìlie, bazzècole, pinzillàcchere”, come diceva Totò.Lo scarso peso che viene dato alla bestemmia traspare anche dalla pena irrilevante che è prevista dalla legge italiana. Qualche tribunale ha condannato il colpevole a sborsare fior di milioni per risarcire una persona offesa. Quando invece l’offeso è Dio … la pena è semplicemente ridicola: “Chiunque pubblicamente bestemmia … è punito con l’ammenda da lire 20.000 a lire 600.000” (724 del Codice penale).Un quasi niente di pena e applicata quasi mai: sono convinto di non essere lontano dalla verità se penso che forse non più di due o tre bestemmiatori vengano processati ogni anno in Italia. Ma se fosse offesa un’altra autorità dello Stato si chiuderebbero gli occhi con altrettanta benevolenza e tolleranza?La bestemmia, dunque, non fa problema. Scrive Pasquale Casillo: “I giornali non ne parlano quasi mai, i predicatori non l’accennano nemmeno, l’editoria non vi dedica neanche un libro, gli esperti dei fatti sociali non ne fanno un calcolo accurato, sono stati chiusi alcuni centri che svolgevano attività contro la bestemmia, non si vedono più segni antiblasfemi nei luoghi pubblici”.Un disimpegno quasi totale, ma non sorprende, perché il “mondo”, come si sa, non ama il Signore.E la Chiesa? Che ne pensa della bestemmia? Come si muove? Che cosa fa? B – LA CHIESA DI FRONTE ALLA BESTEMMIAIl Magistero della Chiesa è sempre stato fermo e chiaro nel riproporre l’insegnamento di Dio sulla gravità della bestemmia, ma questo non basta a far maturare le coscienze; occorre anche che l’insegnamento della Chiesa sia proposto e riproposto con insistenza ai fedeli di tutte le età e di tutti i tempi e con tutti i mezzi.In questi ultimi trent’anni, purtroppo, la bestemmia, pian piano, in silenzio, senza che nessuno se ne sia accorto, è uscita di scena: non dalla realtà della vita, ma dalla predicazione dei pastori.Polemizzando un giorno con un giovane prete su alcune sue scelte pastorali, per tastare il polso al suo zelo sacerdotale ho pilotato il discorso sulla bestemmia. Gli ho chiesto, tra l’altro, se qualche volta parlava contro il linguaggio blasfemo sia nella predicazione, sia nella catechesi. Mi son sentito rispondere che in due anni di sacerdozio non l’aveva mai fatto e che non l’avrebbe fatto nemmeno in futuro. E la motivazione? Eccola: “Non è necessario parlarne esplicitamente, – mi disse – basta predicare il Vangelo e si pongono le premesse per far sparire la bestemmia”. In compenso, nella predicazione e nella catechesi di quel prete erano presenti, con insistenza maniacale, i temi sociali, ovviamente in chiave sinistrorsa. Non dovrebbe valere anche in questo campo la motivazione riportata sopra: “Basta predicare il vangelo e si pongono le premesse per far sparire i problemi sociali”? Vengono in mente le parole infuocate di Enrico Medi: “Si parla di tante cose dai pulpiti, durante le Messe, di tante cose che a noi non interessano proprio niente. Sempre problemi sociali: i ricchi, i poveri … Siamo tutti, Padre nostro che sei nei cieli, immensamente poveri, siamo tutti immensamente dolenti, siamo tutti privi di Te. Noi vogliamo una ricchezza: il tuo cuore, il tuo amore, la tua fede, la tua Chiesa, il tuo Crocifisso, il tuo rosario, vogliamo la preghieravogliamo che ci si parli di Dio. Il mondo oggi va alla rovina, al massacro, alla morte perché rinnegando Dio, ha perduto la speranza della vita. Di questo abbiamo bisogno! Parlateci di Dio!”.Dubito molto che il prete medio italiano tiri fuori almeno in una predica su cento un qualche riferimento, un pensiero, un’esortazione contro la bestemmia.Se si considera che anche all’ombra del campanile, nelle squadre di calcio e nei ricreatori parrocchiali, si bestemmia allegramente, ne deriva che si dovrebbe mettere il fenomeno blasfemo al primo posto. E invece? Nei piani pastorali delle nostre parrocchie si programma di tutto, ma quasi nessuna comunità affronta seriamente il fenomeno blasfemo. Dovrebbe essere per tutta la Chiesa il problema n.1 e invece … come problema non viene quasi nemmeno avvertito e tanto meno affrontato. A male estremo … rimedio inesistente! Questa è l’amara realtà! Questa è la pastorale di troppe parrocchie!Ma non è solo in basso che si fa poco, troppo poco contro la bestemmia: anche in alto non ci si spreca. Don Ennio Innocenti denuncia senza mezzi termini: È successo che uomini di chiesa abbiano rinunciato ad ogni iniziativa che potesse intralciare l’opera di Satana “. Sono troppe le battaglie perdute … perché non combattute! La battaglia contro la bestemmia è una di queste.È difficile oggi trovare un Vescovo che parli o che scriva contro la bestemmia. I quindici grossi volumi dell’opera “Lettere Pastorali” finora pubblicati da “Magistero Episcopale – Verona”, raccolgono ben 2.413 documenti (omelie, lettere pastorali, ecc.) stilati dai vescovi di tutto il mondo nell’arco del trentennio 1962 – 1991. Sulle oltre 27.000 pagine di quei volumi, in cui sono trattati tutti i temi possibili, alla bestemmia sono riservati solo quattro cenni, per un totale di neanche due pagine! Quattro brevi interventi: due sono di due vescovi italiani, uno dell’Episcopato jugoslavo e un altro di un singolo vescovo jugoslavo. L’ultimo è del 1980. Da allora sul tema bestemmia è calato il silenzio.Anche il Papa Giovanni Paolo II, che con molta insistenza (e giustamente!) tratta alcuni argomenti (vedi: divorzio, aborto, contraccezione, ingiustizie sociali, dignità dell’uomo, ecc.), finora ha parlato pochissimo della bestemmia. Forse perché, essendo polacco, non riesce neanche lontanamente a immaginare quanto sia diffusa la bestemmia in Italia. Sarebbe necessario però che i vescovi italiani lo illuminassero sulla gravità della situazione e gli chiedessero più frequenti e più forti interventi sull’argomento.Canta in coro (in questo coro di voci silenziose!) anche la stampa cattolica. È quasi impossibile trovare sui giornali cattolici un articolo contro la bestemmia. Quando si legge qualcosa sull’argomento è quasi sempre nella rubrica “Lettere al direttore”, perché qualche lettore sensibile e amareggiato tira fuori il problema. E che pena vedere come certi libri di morale, trattando il 2° comandamento, liquidano frettolosamente, con un certo imbarazzo e minimizzandolo, l’argomento “bestemmia”, come fosse un elemento secondario, o addirittura nemmeno lo sfiorano!C’era un volta (fino a una ventina di anni fa) … la festa del Santo Nome di Gesù. C’era … ma ora non c’è più: la gran voglia di novità l’ha spazzata via. È stata una scelta ben fatta? Ai fatti … l’ardua sentenza! Poteva essere un’ottima occasione per sensibilizzare tutti i fedeli, almeno una volta all’anno, al rispetto del Nome di Dio e di Gesù. Ma invece di potenziare l’impegno con nuove iniziative, si è provveduto a mandare in pensione l’unica iniziativa esistente. È stata saggezza pastorale? E perché si è fatta questa scelta tanto strana, assurda e dannosa? E chi l’ha suggerita? Se qualche prete o qualche vescovo si troverà tra le mani questo libro, davanti a queste critiche non faccia l’offeso, non consideri questi miei rilievi come frutto di un pregiudizio, come attacchi ingiustificati. Tutto quanto è affermato su queste pagine è largamente documentato. Meglio cercare il coraggio di guardare in faccia la realtà, riconoscere umilmente che finora abbiamo fatto troppo poco e cominciar a studiare tutte le iniziative possibili per contenere, ridurre e, se fosse possibile, eliminare il fenomeno blasfemo.Della bestemmia non se ne parlerà mai troppo, non se ne parlerà mai male abbastanza. Dobbiamo tutti ricordare le parole che l’apostolo San Paolo ha rivolto all’amico e vescovo Timoteo, parole che valgono anche oggi per tutti i vescovi e per tutti i preti: “Annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera …vigila attentamente”. (1Tim 4, 2 – 5). C – ESALTAZIONE DELLA BESTEMMIAIl non fare abbastanza contro la bestemmia è un peccato di omissione. È grave che siano più impegnati i bestemmiatori nell’offendere Dio, che non gli adoratori di Dio nel difenderlo.Ma c’è di peggio: c’è chi tocca il fondo arrivando ad esaltare la bestemmia, fino a usarla come un “mezzo di apostolato”. Parafrasando le parole di Gesù: “Verrà l’ora in cui vi uccideranno credendo di dar gloria a Dio” (cfr: Gv 16, 2), si sente risuonare un’altra profezia: “Verrà l’ora in cui bestemmieranno credendo di dar gloria a Dio”. L’ora è venuta.In data 30 agosto 1993 il settimanale “Gente” ha dedicato un lungo articolo a un prete, certo don Mario Tuninetti di Torino, che da qualche mese ha cominciato a condire le prediche domenicali col racconto di alcune barzellette. “L’iniziativa – dice – ha trovato un enorme successo … Ha funzionato. La Chiesa adesso è pienissima … Ora va tutto bene. E sono felice e contento … A me sembra di aver avuto una buona trovata … Lo faccio per far capire ai parrocchiani che si può amare Dio senza mortificare l’istinto”. E tanto per essere chiaro, per far capire a quale istinto si riferisse, ha raccontato una barzelletta: “Tre prostitute muoiono in un incidente stradale e subito arrivano davanti a San Pietro per il giudizio. Lui dice alla prima di dichiarare che cosa ha fatto per meritare il Paradiso. ‘Mi sono pentita di quello che ho fatto’, risponde. ‘Bene’, risponde San Pietro e le offre le chiavi del Paradiso. ‘E tu?’, dice alla seconda. ‘Io mi prostituivo per dar da mangiare ai miei figli, ma anch’io poi mi sono pentita’. ‘Brava’, risponde San Pietro e anche a lei dà le chiavi del Paradiso. Infine chiede all’ultima di parlare e la donna dice: ‘Io non sono pentita di quello che ho fatto’. ‘Bene’, risponde San Pietro, dandole le chiavi del suo appartamento”. A questo punto è facile immaginare la sonora risata che avrà riempito la chiesa. Poi, come non gli bastasse di aver bestemmiato contro San Pietro infangandone la santità, ha aggiunto: “Le barzellette ‘pulite’ … le racconto in chiesa durante le omelie, quelle un pochino ‘piccanti’, o ‘spinte’ per dirla tutta, perché conosco anche queste, le racconto al termine della Messa, sul sagrato. Non si offende nessuno, tanto meno il Signore, se si racconta una barzelletta un po’ forte”. Dunque, anche il Signore è servito: certe “sozzerie” piacciono anche a Lui!Bestemmieranno credendo di dar gloria a Dio!”. Non dobbiamo più attendere i tempi futuri per l’avverarsi di questa profezia: l’ora è già venuta!L’iniziativa di questo prete disgraziato, che si illude di dar gloria a Dio bestemmiando il Signore e i suoi santi, perfino in Chiesa durante la Messa, ha trovato eco anche su altri giornali. Su questa stupida e lurida iniziativa si potrebbero fare diversi commenti, ma mi limito a tre.Il primo commento. Povero Gesù! Se Tu fossi stato astuto, aggiornato e disinibito come quel tuo povero prete, non avresti fatto quella fine su una croce, avresti raccolto molti applausi e convertito il mondo senza fatica!Il secondo commento. Diversamente da quanto si potrebbe pensare, quel prete non è più giovane: ha la veneranda età di 73 anni. È proprio vero che l’età avanzata … o rende saggi, o … rende ebeti!Il terzo commento. C’è da augurarsi che a questa nuova “mascalzonata” non sia riservata, dai superiori di quel prete, la stessa benevola tolleranza con cui di fatto sono accolte e lasciate prosperare oggi nella Chiesa altre “mascalzonate clericali”. Ormai siamo stufi e arcistufi di certi preti falliti che corteggiano il mondo invece di cercare i convertirlo e di certi vescovi tolleranti fino al ridicolo!

PECCATO VENIALE E PECCATO MORTALE 0

PECCATO VENIALE E PECCATO MORTALE

dal Catechismo della Chiesa Cattolica, numeri 1858-1869 La materia grave è precisata dai Dieci comandamenti, secondo la risposta di Gesù al giovane ricco: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre” (Mc 10,19). La gravità dei peccati è più o meno grande: un omicidio è più grave di un furto. Si deve tener conto anche della qualità delle persone lese: la violenza esercitata contro i genitori è di per sé più grave di quella fatta ad un estraneo.Perché il peccato sia mortale deve anche essere commesso con piena consapevolezza e totale consenso. Presuppone la conoscenza del carattere peccaminoso dell’atto, della sua opposizione alla Legge di Dio. Implica inoltre un consenso sufficientemente libero perché sia una scelta personale. L’ignoranza simulata e la durezza del cuore [Cf Mc 3,5-6; Lc 16,19-31] non diminuiscono il carattere volontario del peccato ma, anzi, lo accrescono.L’ignoranza involontaria può attenuare se non annullare l’imputabilità di una colpa grave. Si presume però che nessuno ignori i principi della legge morale che sono iscritti nella coscienza di ogni uomo. Gli impulsi della sensibilità, le passioni possono ugualmente attenuare il carattere volontario e libero della colpa; come pure le pressioni esterne o le turbe patologiche. Il peccato commesso con malizia, per una scelta deliberata del male, è il più grave.Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. Ha come conseguenza la perdita della carità e la privazione della Grazia santificante, cioè dello stato di Grazia. Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal Regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili. Tuttavia, anche se noi possiamo giudicare che un atto è in sé una colpa grave, dobbiamo però lasciare il giudizio sulle persone alla giustizia e alla misericordia di Dio.Si commette un peccato veniale quando, trattandosi di materia leggera, non si osserva la misura prescritta dalla legge morale, oppure quando si disobbedisce alla legge morale in materia grave, ma senza piena consapevolezza e senza totale consenso.Il peccato veniale indebolisce la carità; manifesta un affetto disordinato per dei beni creati; ostacola i progressi dell’anima nell’esercizio delle virtù e nella pratica del bene morale; merita pene temporali. Il peccato veniale deliberato e che sia rimasto senza pentimento, ci dispone poco a poco a commettere il peccato mortale. Tuttavia il peccato veniale non rompe l’Alleanza con Dio. È umanamente riparabile con la Grazia di Dio. “Non priva della Grazia santificante, dell’amicizia con Dio, della carità, né quindi della beatitudine eterna” [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Reconciliatio et paenitentia, 17].L’uomo non può non avere almeno peccati lievi, fin quando resta nel corpo. Tuttavia non devi dar poco peso a questi peccati, che si definiscono lievi. Tu li tieni in poco conto quando li soppesi, ma che spavento quando li numeri! Molte cose leggere, messe insieme, ne formano una pesante: molte gocce riempiono un fiume e così molti granelli fanno un mucchio. Quale speranza resta allora? Si faccia anzitutto la confessione. [Sant’Agostino, In epistulam Johannis ad Parthos tractatus, 1,6].“Qualunque peccato o bestemmia sarà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non sarà perdonata” (Mt 12,31). La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il pentimento, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Dominum et Vivificantem, 46]. Un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla rovina eterna. V. La proliferazione del peccatoIl peccato trascina al peccato; con la ripetizione dei medesimi atti genera il vizio. Ne derivano inclinazioni perverse che ottenebrano la coscienza e alterano la concreta valutazione del bene e del male. In tal modo il peccato tende a riprodursi e a rafforzarsi, ma non può distruggere il senso morale fino alla sua radice.I vizi possono essere catalogati in parallelo alle virtù alle quali si oppongono, oppure essere collegati ai peccati capitali che l’esperienza cristiana ha distinto, seguendo san Giovanni Cassiano e san Gregorio Magno [San Gregorio Magno, Moralia in Job, 31, 45: PL 76, 621A]. Sono chiamati capitali perché generano altri peccati, altri vizi. Sono la superbia, l’avarizia, l’invidia, l’ira, la lussuria, la golosità, la pigrizia o accidia.La tradizione catechistica ricorda pure che esistono “peccati che gridano verso il cielo”. Gridano verso il cielo: il sangue di Abele; [Cf Gen 4,10] il peccato dei Sodomiti; [Cf Gen 18,20; 1867 Gen 19,13] il lamento del popolo oppresso in Egitto; [Cf Es 3,7-10] il lamento del forestiero, della vedova e dell’orfano; [Cf Es 22,20-22] l’ingiustizia verso il salariato [Cf Dt 24,14-15; Gc 5,4].Il peccato è un atto personale. Inoltre, abbiamo una responsabilità nei peccati commessi dagli altri, quando vi cooperiamo:- prendendovi parte direttamente e volontariamente;- comandandoli, consigliandoli, lodandoli o approvandoli;- non denunciandoli o non impedendoli, quando si è tenuti a farlo;- proteggendo coloro che commettono il male.Così il peccato rende gli uomini complici gli uni degli altri e fa regnare tra di loro la concupiscenza, la violenza e l’ingiustizia. I peccati sono all’origine di situazioni sociali e di istituzioni contrarie alla Bontà divina. Le “strutture di peccato” sono l’espressione e l’effetto dei peccati personali. Inducono le loro vittime a commettere, a loro volta, il male. In un senso analogico esse costituiscono un “peccato sociale” [Cf Giovanni Paolo II, Esort. ap. Reconciliatio et paenitentia, 16].

LA SUPERBIA E L’UMILTÁ 0

LA SUPERBIA E L’UMILTÁ

 Il Vangelo continuamente ci pone dinanzi affermazioni o parabole di Gesù, che trattano soprattutto di un vizio e di una virtù: la superbia e l’umiltà. Da come ne parla Gesù, si potrebbe pensare che la perdizione eterna o la santificazione di una persona passino proprio attraverso esse. D’altronde, chi può mettere in dubbio per la sua esperienza, che nella persona superba non c’è amore, ma odio e cattiveria, mentre nella persona umile c’è bontà, verità e carità. Questo vizio e questa virtù, quindi, sono due vie totalmente diverse ed opposte, che conducono verosimilmente lontanissimo da Dio o nel Cuore di Dio.Prima è opportuno chiarire semplicemente cosa intendono le due parole. Superbo è colui che esalta in modo esagerato se stesso, disprezzando gli altri. Questo vizio è certamente il più grave, perché, chi è superbo pensa orgogliosamente che tutto quello che ha o che è, non viene da Dio, da nessun altro, se non da se stesso, dalle sue capacità. Dimentica che è Dio a dare la vita e a mantenere in vita ogni cosa. Invece, l’umile è colui che si riconosce per quello che è, senza stimarsi al di sopra della terra. Ha un’idea bassa di sé, perché l’umiltà è verità. Chi è umile è vero, perché guarda e valuta la realtà con spirito di sottomissione a Dio. La Sacra Scrittura sulla superbia e sull’umiltà afferma: “Eccelso è il Signore e guarda verso l’umile ma al superbo volge lo sguardo da lontano” (Salmo 138,6). “Nella bocca dello stolto c’è il germoglio della superbia, ma le labbra dei saggi sono la loro salvaguardia” (Pro 14,3). “Che cosa ci ha giovato la nostra superbia? Che cosa ci ha portato la ricchezza con la spavalderia?” (Sap 5,8). “É meglio abbassarsi con gli umili che spartire la preda con i superbi” (Pro 16,19). “Chi maneggia la pece si sporca, chi frequenta il superbo diviene simile a lui” (Sir 13,1). “Beato l’uomo che spera nel Signore e non si mette dalla parte dei superbi, né si volge a chi segue la menzogna” (Salmo 40,5). “Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 18,14).

IL PECCATO 0

IL PECCATO

dal Catechismo della Chiesa Cattolica, numeri 1849-1850 Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all’amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana. È stato definito “una parola, un atto o un desiderio contrari alla legge eterna” [Sant’Agostino, Contra Faustum manichaeum, 22: PL 42, 418; San Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I-II, 71, 6].  Il peccato è un’offesa a Dio: “Contro di te, contro te solo ho peccato. Quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto” ( Sal 51,6 ). Il peccato si erge contro l’amore di Dio per noi e allontana da esso i nostri cuori. Come il primo peccato, è una disobbedienza, una ribellione contro Dio, a causa della volontà di diventare “come Dio” ( Gen 3,5 ), conoscendo e determinando il bene e il male. Il peccato pertanto è “amore di sé fino al disprezzo di Dio” [Sant’Agostino, De civitate Dei, 14, 28]. Per tale orgogliosa esaltazione di sé, il peccato è diametralmente opposto all’obbedienza di Gesù, che realizza la salvezza [Cf Fil 2,6-9 ]. dal libro “Dio è Vivo” (nostra edizione) di Padre Antonio Di Monda e Padre Giulio Maria Scozzaro  1) Cos’è il peccato ?È una trasgressione della legge di Dio fatta con piena avvertenza e deliberato consenso. Piena avvertenza qui non significa che per aversi il peccato, bisogna essere consapevoli della sua gravità; significa piuttosto che, trasgredendo, si è coscienti di commettere una infrazione. Tale piena avvertenza, infatti, non c’è in chi, commette un peccato quando è ubriaco o nel sonno o nell’ignoranza completa della relativa prescrizione di legge. Il deliberato consenso significa che, al momento di porre l’atto, si è sufficientemente libero, sicché, volendo, si può anche non porlo.   2) Porta la morte spirituale ?Il peccato, sia quello detto mortale che quello detto veniale, è sempre apportatore di morte spirituale, o immediatamente o ponendovi le premesse. Il peccato è detto appunto mortale perché uccide non l’anima che è di natura sua immortale, ma la Grazia che è la vita divina ad essa partecipata da Cristo e per la quale Dio è venuto sulla terra.Il peccato invece veniale, è facilmente perdonabile, per essere in qualche modo e per vari motivi trasgressione leggera, di per sé non conduce subito alla morte, ma vi spiana la via. Esso è simile, un pò, a certe indisposizioni o malattie corporali (per esempio: una puntura di spillo, un raffreddore, un’influenza, una infiammazione ecc.), che di per sé non uccidono, ma potrebbero, per possibili complicanze, portare alla morte. Di per sé non priva della Grazia Santificante, ma ne appanna, per così dire, lo splendore e raffredda la carità soprannaturale, che è forma e vigore della vita soprannaturale. Gettando così l’anima in uno stato di torpore, di inerzia, di apatia, che è l’esatto contrario di una vita sana e vigorosa. In stato di accentuata debolezza -lo si sa- per il corpo come per l’anima, si è più esposti a malattie e tentazioni, e si è molto meno capaci di superarle e vincerle. Ciò significa pure, oltre tutto, che con frequenti e numerosi peccati veniali deliberati, la caduta nel peccato mortale diviene estremamente facile e anche frequente.  3) In che modo ci si accorge del peccato mortale commesso?La gravità del peccato mortale è data dall’importanza della materia violata o del precetto imposto. Come accorgersi di aver commesso un peccato mortale?… Non essendo il peccato mortale come la morte o malattia fisica constatabile da molteplici indubbi segni, ci si accorge di averlo commesso verificando e confrontando l’operato con la legge e l’autorità. Un pò come per il corpo di cui si accerta lo stato di salute a mezzo di visite mediche e di molteplici analisi.Segni certi, ancora, di peccato mortale commesso potrebbero essere sia gli effetti visibili provocati (la morte, danni molto gravi a sé o agli altri, ecc.) e sia il rimorso che segue alla trasgressione. Un segno però, quest’ultimo, che potrebbe anche mancare facilmente, in tutto o in parte. Può capitare, infatti, quello che così spesso si verifica per il corpo, che spesso si riscontra quasi casualmente ammalato, non avendone avuto prima il minimo sentore: si scopre, cioè, di ritrovarsi, per più versi, in braccio alla morte dell’anima, pur senza aver avuto rimorso alcuno per il proprio operato. E la ragione è che il rimorso, se è sempre avvertito dalle coscienze sensibili e bene educate, non lo è invece da quelle accecate e deformate. In effetti, a forza di minimizzare e non dare peso a niente; a forza di trasgredire in continuazione la legge e non dare ascolto all’autorità, la coscienza finisce per annebbiarsi e perdere quasi del tutto la sensibilità davanti al peccato. In questo caso, allora, se non si sente alcun rimorso in certe azioni o comportamenti, non è perché essi non costituiscano peccato e, magari, peccato grave; ma perché si è perduto completamente il senso del peccato.Purtroppo è questa un pò la situazione odierna nella quale, pur annegando quasi tutti nei peccati più gravi e vergognosi, si continua a ripetere sfacciati e imperterriti di non aver peccati da confessare. E, col pretesto che “la coscienza non (mi) dice che questo è peccato”, non si cessa di condurre una vita quasi senza Dio e senza morale!  4) Parli della gravità del peccato.Per voler parlare di “gravità” del peccato, è necessario innanzitutto rilevare che, essendo esso essenzialmente offesa di Dio e disordine nel mondo spirituale, non si può misurare la sua gravità alla maniera delle cose materiali o argomentando solo dagli effetti sensibili da esso provocati. Così, per esempio: l’omicidio è certamente un peccato molto grave, comportando esso il massimo danno inferto ad un fratello; e tuttavia, alla luce della Fede, lo scandalo che uccide un’anima è peccato ancora più grave, almeno sotto certi aspetti. Da notare ancora che possono esserci dei peccati gravissimi, come quello di Adamo ed Eva, i cui effetti immediati percepibili sembrano quasi inesistenti, anche se in realtà sono pesantissimi. Probabilmente Adamo, pur vedendosi, dopo il peccato, nudo di tanti beni e condannato da Dio, non si sarà reso esattamente conto di quali devastazioni si era reso colpevole col suo peccato.Premesso tutto ciò, c’è da dire subito che ogni peccato, mortale o veniale che sia, pur non essendo dannoso alla stessa maniera, è sempre di una gravità “infinita”, perché offesa dell’infinita maestà di Dio, cagione della morte di Gesù e spirituale rovina dell’anima.La più o meno grande gravità del peccato la si deve dedurre dal fatto che, essendo anche trasgressione di legge, esso scompiglia, senza averne magari percezione alcuna, l’ordine universale, così come una sola pietra gettata in mare lo sposta letteralmente tutto! E se tutto viene come “spostato” e messo fuori ordine, è facile immaginare con quali conseguenze.Né il fatto di non essere persuasi della gravità del gesto peccaminoso, ne elimina la gravità. Chi, pur convinto che, toccando un filo elettrico ad alta tensione, non succeda niente, resta pur sempre fulminato. Adamo stesso, come già detto, molto probabilmente né vide né si rese conto della gravità del suo peccato. E tuttavia ciò non rese il suo gesto meno catastrofico. A ritenere grave il suo gesto di disobbedienza era più che sufficiente l’avvertimento datogli da Dio: “Se mangerete… morirete”. Così come, analogamente, a capire la gravità del toccare un filo elettrico ad alta tensione è sufficiente il cartello ammonitore di pericolo di morte.La gravità del peccato, per cui deve dirsi mortale o veniale, è determinatala soprattutto dalla materia o punto di legge violato. Così la “gravità” mortale di alcuni peccati salta subito agli occhi, come l’uccisione. Per rendersi conto invece, almeno in qualche modo, della gravità mortale di altri peccati (come per esempio della fornicazione), ci sarebbe bisogno di profonda riflessione e ragionamento. Ma, come già detto, in pratica il meglio è stare docilmente e umilmente alle indicazioni e insegnamenti della Santa Madre Chiesa.  5) Quali conseguenze porta il peccato ?Il peccato mortale, privando della Grazia Santificante, mette in braccio al diavolo e pone l’anima in stato di dannazione eterna. Se, infatti, per la salvezza è necessaria la Grazia, senza di questa – quale che sia il peccato o i peccati di cui ci si è reso colpevole-, l’anima è in stato di dannazione.Il peccato mortale spoglia l’anima di tutti i meriti buoni, comunque acquisiti. E le opere buone compiute in stato di peccato mortale -pur essendo sempre utili e consigliabili, non fosse altro che per ottenere misericordia- non hanno nessun valore per la vita eterna.Il peccare poi continuato e aggravato non può non riflettersi, almeno in qualche modo, in tutto il comportamento anche esteriore, che si rivela disordinato, incoerente, cattivo. Lo stato di morte e di “deformità” spirituale, anzi, spesso finisce come per fissarsi in quella che è detta comunemente la “faccia del peccato”. L’agire morale -lo ha evidenziato anche Giovanni Paolo II nella enciclica “Veritatis Splendor”- oltre alle conseguenze più o meno gravi, intacca il soggetto stesso che opera. Quante volte e in quante persone miseramente travolte dai propri disordini morali è avvertito tutto questo non solo dai Santi, ma da quanti preservano sufficientemente i loro occhi e il loro cuore dalla caligine incombente.Il peccato porta anche conseguenze d’ordine fisico e sociale? Certamente. Esse, anche se non sono sempre valutabili e percepibili subito e del tutto, sono sempre di rilevante gravità, proprio perché col peccato ci si mette contro Dio e contro le leggi di natura che reggono l’ordine e l’armonia universale. Ora porsi contro Dio è voltare le spalle alla fonte stessa di ogni bene; e disattendere la legge di natura equivale a rinnegare un pò i presupposti stessi della propria vita e del proprio benessere. Peccando avviene come quando, perturbando, nel corpo, i tassi glicemici, azotemici ecc., si compromette la sanità. Analogamente, nell’anima si compromettono la vita e il benessere ogni qualvolta, col peccato si perturba l’ordine e l’armonia. Non si stenterà, qui, allora, a capire che l’origine di tutti i mali dell’uomo sta soprattutto qui, nel peccato, che, essendo un attentato alla legge di vita, è sempre un attentato alla vita. Cosa non provoca nel corpo umano, si diceva, un osso spostato! Molte malattie e disordini hanno chiara origine dal peccato.Soprattutto questo dovrebbe far capire essere la legge di natura, più che costrizione di libertà, condizione e salvaguardia della vita. Per cui giustamente Dio, dopo aver proposto al Suo Popolo i dieci comandamenti, gli disse “Prendo oggi a testimoni contro di voi il Cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza…” (Deuteronomio 30,19). La conclusione si impone da sola: essendo sempre contro la vita ogni peccato, sia mortale o veniale, è da ritenersi sempre, come insegnano i Santi e soprattutto le Sacre Scritture, il vero e principale nemico dell’uomo.

IL PARLARE CATTIVO 0

IL PARLARE CATTIVO


dal Catechismo della Chiesa Cattolica, numero 2479«Maldicenze e calunnie distruggono la reputazione e l’ onore del prossimo. Ora, l’onore è la testimonianza sociale resa alla dignità umana, e ognuno gode di un diritto naturale all’onore del proprio nome, alla propria reputazione e al rispetto. Ecco perché la maldicenza e la calunnia offendono le virtù della giustizia e della carità».Contrariamente a quanto pensano coloro che lo usano, il turpiloquio non libera da inibizioni e condizionamenti, non irrobustisce un discorso né lo rende più persuasivo, non dà tono né senso di modernità. Non serve ad abbattere i tabù, non afferma originalità, non è un modo per essere liberi, non è un fatto di cultura, non è un mezzo di comunicazione, non è un progresso.Invece il turpiloquio tradisce ingenuità, timidezza, esibizionismo, infantilismo, schiavitù, malizia, violenza, offesa al corpo umano, alla funzione del sesso e alla Religione.Il cristiano deve rifuggire da tanto male, anche se polemizza. Quando ha da esprimere certi pensieri riguardanti il mistero della vita e dell’amore nel matrimonio e nella verginità, può ricorrere liberamente ad eufemismi, a giri di frase, a termini scientifici.Ha il dovere di difendere la morale pubblica impedendo più che può, specialmente se è costituito in autorità, il turpiloquio nei tanti di ogni età, sesso e condizione che oggi se ne fanno araldi. Può ben ricordare che il Codice Penale punisce chi «in luogo pubblico o aperto al pubblico usa un linguaggio contrario alla pubblica decenza».Ascoltare volontariamente il discorso turpe è peccato per la cooperazione data a un atto illecito con la propria approvazione di cadere in colpa.Particolarmente scandaloso è il turpiloquio che avviene tra persone di sesso diverso unite da reciproco affetto sregolato.La bestemmia è contro la ragione: infatti se non si crede in Dio, è da sciocchi imprecare contro un essere che non si crede esistente; se invece si crede in Dio, si è più sciocchi nell’insultare Colui che si adora.È contro la coscienza religiosa degli altri che sentono sacro il loro sentimento verso Dio e tutto quello che è legato al Suo Nome, e perciò ritengono la bestemmia un insulto alla loro Fede, oltre che una forma pessima di malcostume e mancanza di democrazia, che vuole libertà e rispetto per ogni convinzione.È contro la società perché, essendo troppo spesso pubblica, arriva alle orecchie anche di chi non vuol sentirla, provoca disgusto nei benpensanti, si diffonde come per contagio, finisce con il coinvolgere tutti e agisce contro Dio che della società è la base.È contro la legge naturale, il cui primo principio comanda di adorare e onorare l’Essere Supremo, come tutti i popoli riconoscono sin dalla più remota antichità e hanno fissato nelle loro leggi facendolo norma tassativa di condotta per tutti i cittadini.È contro la legge positiva di Dio, il cui secondo Comandamento prescrive: «Non nominare il nome di Dio invano» stabilendo così un ordine chiaramente più pressante di altri, per esempio del non rubare e del non uccidere, messi dopo nell’elenco dei dieci comandamenti.È contro Dio, in quanto Lo sfida come se non potesse rispondere, e con una malizia peggiore di quella che hanno i diavoli, perché mentre questi bestemmiano un Dio che li castiga, l’uomo invece bestemmia un Dio che lo conserva e lo benefica.Perciò la bestemmia è un peccato grave sempre, e senza eccezione, più grave, nella sua essenza, di tutti gli altri anche se, per efficienza, minore di essi, anzi gravissimo, perché va contro la massima virtù che è la carità verso Dio e perché offende Dio direttamente. È peccato qualunque sia il motivo che la causi: l’impazienza, l’ira, l’odio o il disprezzo di Dio. Inoltre la bestemmia può importare anche la violenza di altre virtù, come fede, speranza e carità.C’è peccato anche se all’atto non è presente l’intenzione della parola o del gesto offensivo.E c’è sempre scandalo quando si bestemmia.Il cristiano si deve ben guardare da questo enorme male. Se mantiene l’abitudine di bestemmiare e non si cura di toglierla, è colpevole di tutte le bestemmie che dice, siano esse poche o molte, anche di quelle che dice senza riflettervi.Se ha ritrattato l’abitudine di bestemmiare, ma poi nuovamente la asseconda perché non vuole più resisterle, si rende responsabile delle bestemmie che continuerà a dire.Se invece ha disdetto la cattiva abitudine e la detesta, non è responsabile delle bestemmie che gli sfuggissero involontariamente.Quando sente bestemmiare, il cristiano ha il dovere di reagire subito manifestando la sua disapprovazione con le buone maniere ma, quando occorra per l’ostinazione del bestemmiatore, anche con tutta severità, specialmente se questo è il miglior modo per riparare lo scandalo della bestemmia. Può ben ricordare che il Codice Penale vieta il linguaggio blasfemo e che qualunque cittadino può denunciare un bestemmiatore.Nel suo sforzo di rispettare al massimo il Santo Nome di Dio, il cristiano imparerà altre delicatezze: non provocherà nemmeno indirettamente le bestemmie ma, per evitarle, saprà rinunciare a prevalere in discussioni e contrasti; anche quando «scherzerà» innocentemente con storielle su Dio, porrà la massima cura nel non ferire la sensibilità religiosa di ascoltatori che non sopportano un parlare di questo genere; eviterà certi modi di dire nei quali il Nome di Dio appare senza necessità o significato o riferimento alla Religione, come per esempio in occasione di prodezze sportive di un atleta; eviterà di ripetere il Nome di Dio come intercalare, espressione di meraviglia, di spavento, di paura, di emozioni che non comportano alcuna relazione con Dio.Sono bestemmie anche gli atti ingiuriosi contro la Madonna e i Santi, e sono peccati gravi nella misura in cui esse fanno riferimento a Dio. Nella Madonna e nei Santi risplende l’onore di Dio, e l’ingiuria diretta contro essi finisce con il colpire Dio stesso.

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GUARDARSI DAL PARLARE TROPPO

IMITAZIONE DI CRISTO

CAPITOLO 8 L’ECCESSIVA FAMILIARITÀ Riserbo con tutti«Non aprire il tuo cuore ad ogni uomo», ma tratta le tue cose con chi è saggio e timorato di Dio. Conversa di rado con gente frivola e con estranei.Non blandire i ricchi e non voler apparire volentieri alla presenza dei grandi. Sta in compagnia con gli umili ed i semplici, con i devoti e gli onesti, e tratta di cose edificanti.Non avere familiarità con alcuna donna, ma tutte le donne virtuose raccomandale senza distinzione a Dio. Non desiderare altra familiarità che con Dio e gli Angeli suoi, ed evita la conoscenza degli uomini.  FUGGI LA FAMILIARITÀ La carità va usata con tutti; la familiarità, invece, non è conveniente.Alle volte accade che una persona non conosciuta da vicino risplenda per bella fama; e poi, al vederla, diminuisce l’impressione favorevole. Talora ci pare che potremmo diventare cari agli altri con la nostra intimità; e invece, cominciamo allora a riuscire spiacevoli, quando si notano i nostri difetti.  

CAPITOLO 9 OBBEDIENZA E SOGGEZIONE È più sicuro obbedire È una grande cosa lo stare in obbedienza, vivere sotto un superiore e non poter disporre di sé. Molto più sicuro è il vivere in sudditanza che in autorità.Molti stanno sotto l’obbedienza più per forza che per amore; ci patiscono, e brontolano volentieri, ma non acquisteranno libertà di spirito, finché non si sottometteranno con tutto il cuore per amore di Dio.Và pure qua o là, ma non avrai quiete, se non sotto il governo di un superiore, in umile soggezione. Il capriccio di cambiar luogo ha ingannato molti.  ASCOLTARE GLI ALTRI È vero che ognuno fa volentieri ciò che gli piace, e simpatizza con quelli che la pensano come lui. Ma se Dio è in mezzo a noi, bisogna qualche volta rinunciare alle nostre idee personali per amore della pace.Chi è tanto sapiente da conoscere perfettamente ogni cosa? Dunque, non ti fidare troppo delle tue opinioni, ma volentieri ascolta anche quelle degli altri. Se la tua opinione è buona, ma la lasci per amore di Dio e ne segui un’altra, ne avrai maggior merito.Ho sentito dire spesso che è cosa più sicura ascoltare e ricevere un consiglio, che darlo. Può succedere che sia buona l’idea dell’uno come dell’altro, ma il non volersi adattare all’altrui punto di vista, quando la ragione o la circostanza lo richiede, è segno di orgoglio e di testardaggine.  

CAPITOLO 10 GUARDARSI DAL PARLARE TROPPO Meglio tacere Fuggi quanto puoi il tumulto degli uomini, perché il trattare gli affari del mondo molto distrae, anche quando lo si faccia con retta intenzione. Infatti, subito siamo contaminati e presi dalla vanità. Vorrei fossero più le volte che ho taciuto, e non essermi trovato in mezzo agli uomini.E perché parliamo e chiacchieriamo tanto volentieri, mentre è così raro che si torni al silenzio senza danno della coscienza? Noi parliamo volentieri, perché vogliamo distrarci conversando, e vogliamo ricrear l’animo affaticato da pensieri contrastanti.E molto ci piace parlare e rimuginare quelle cose che più amiamo o desideriamo, oppure che ci vanno.  BUONI E CATTIVI DISCORSI Purtroppo, spesso tutto questo ci riesce vano e senza risultato, perché la consolazione esteriore è di non piccolo danno della interiore e divina consolazione. È però bisogna vigilare e pregare, perché il tempo non scorra oziosamente.Se ti è lecito e doveroso il parlare, parla di cose che edifichino. La mala abitudine e la negligenza del nostro profitto spirituale sono la causa per cui non custodiamo la lingua.Giova non poco al profitto dell’anima il parlare devotamente di cose spirituali, soprattutto quando si trovano unite insieme persone che sono un cuore solo e un’anima sola in Dio.

CAPITOLO 11 COME CONSERVARE LA PACE Stare raccolti Noi potremmo aver molta pace, se facessimo a meno di occuparci delle parole e fatti altrui, che non ci riguardano.Come può conservare a lungo la pace chi s’impiccia nei fatto altrui, chi va in cerca di distrazioni fuori, chi poco o di rado si raccoglie in se stesso? Beati i semplici, perché avranno molta pace.  LIBERTÀ INTERIORE Come fecero certi Santi per essere così perfetti e contemplativi? Si preoccupavano d’esser morti a tutti i desideri terreni, e così poterono con tutto il cuore stare uniti a Dio ed essere liberi d’attendere alla propria anima.Noi al contrario siamo troppo presi dalle nostre passioni, e ci diamo troppa briga delle cose che passano. E raramente giungiamo a vincere del tutto un vizio, né ci infiammiamo a far ogni giorno qualche passo innanzi, e per questo restiamo freddi e tiepidi.  L’OSTACOLO PIÙ GRANDE Se fossimo morti interamente a noi stessi e senza impacci interiori, potremmo allora comprendere le cose di Dio e gustare qualcosa della celeste contemplazione.Ma il massimo impedimento sta tutto qui: che non siamo liberi dalle passioni e dalle concupiscenze e non ci sforziamo di metterci nella via perfetta dei Santi. Per ogni po’ d’avversità che incontriamo, subito ci accasciamo e facciamo ricorso alle consolazioni umane.  L’AIUTO DIVINO Se da uomini coraggiosi ci sforzassimo di tener duro nella battaglia, senza dubbio vedremmo venire su di noi l’aiuto del Signore. Egli è pronto a soccorrere chi combatte e ha fede nella sua Grazia; è Lui che ci procura le occasioni di lottare perché vinciamo.Ma se facciamo consistere l’essenza della religione in alcune pratiche esteriori, la nostra devozione finirà presto. Poniamo la scure alla radice, affinché purgati dalle passioni, possediamo la pace dello spirito.  UN DIFETTO OGNI ANNO Se ogni anno estirpassimo un vizio, ben presto diverremmo uomini perfetti. Invece, accade spesso che ci accorgiamo di essere stati migliori e più puri nel principio della conversione, che non dopo molti anni di professione.Il fervore e il profitto nostro dovrebbe crescere ogni giorno, ma ora ci pare gran cosa se conserviamo in parte il fervore dei primi anni. Basterebbe farsi un po’ di violenza da principio, e poi si farebbe ogni cosa con agevolezza e con gioia.  REAGIRE ALLA PROPRIA VOLONTÀ Costa assai sradicare le male abitudini, ma costa anche più l’andare contro la propria volontà. Se però non vinci le cose piccole e leggere, quando potrai superare le più difficili?Resisti da principio alla tua inclinazione, di vèzzati dalla cattiva abitudine, se non vuoi che a poco a poco ti conduca in maggiore difficoltà.Oh, se tu pensassi quanta pace procureresti per te e quanta letizia per gli altri, vivendo bene, son certo che saresti più sollecito del tuo profitto spirituale.